Gli uomini sono al buio delle cose …

… diceva Guicciardini, riferendosi in particolar modo ai “filosofi e e teologi e tutti gli altri che scrutano le cose sopra natura o che non si veggono”. Ma se alla cosiddetta “presunzione intellettuale” si aggiunge l’ignoranza più sconfortante, l’oscurità diventa davvero impenetrabile.

Vediamo la situazione attuale: abbiamo da una parte un governo “tecnico” (i cui presupposti ideologici in realtà sono abbastanza chiari) che offre comunque un’immagine rassicurante di competenza e preparazione; dall’altra abbiamo una “casta” politica evidentemente non all’altezza, le cui responsabilità per la situazione in cui versiamo sono sotto gli occhi di tutti, ma che comunque, nonostante la temporanea eclissi, affila le armi per l’inevitabile ritorno. Nel mezzo, il cosiddetto “popolo”. e quali strumenti ha la “ggente” per orientarsi nel marasma e nelle trappole argomentative che disseminano il dibattito?

Assolutamente nessuno. 

”Il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano di media difficolta’: il 5% non e’ neppure in grado di decifrare lettere e cifre, un altro 33% sa leggere, ma riesce a decifrare solo testi di primo livello su una scala di cinque ed e’ a forte rischio di regressione nell’analfabetismo, un ulteriore 33% si ferma a testi di secondo livello. Non piu’ del 20% possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana. Ce lo dicono due recenti studi internazionali, ma qui da noi nessuno sembra voler sentire”.  Questa è la situazione nelle parole impietose di Tullio De Mauro che, in verità, la denuncia da anni.

Detto brutalmente: 7 Italiani su 10 non sono capaci di comprendere un testo scritto di media difficoltà ( e un buon terzo è a forte rischio analfabetismo), figurarsi se sono capaci di valutare compiutamente i termini in cui si svolge il dibattito attuale su temi di primaria importanza, come il mercato del lavoro, le ragioni della crisi,  etc etc.

Mi sembra ovvio  che in quell’impressionante settanta per cento di analfabeti o quasi  non ci sia solo indegna plebaglia, ma anche imprenditori (piccoli, medi o grandi),  diplomati, professionisti, politici e politicanti di ogni livello e, magari, anche qualche professore. 

Ecco, potremmo ripartire da qui per individuare le cause profonde di una crisi che ha radici antiche: e non si tratta del fatto che non si studi più la “Cavallina Storna” a memoria  o che non si conosca la declinazione di “rosa rosae”,  quanto dell’incapacità diffusa da un lato di decifrare “criticamente” slogan e parole d’ordine, da qualunque parte provengano, dall’altro di effettuare scelte innovative e davvero competenti. I “professori” al governo hanno studiato anche per noi, loro sanno, hanno quell’aria confortante e suadente, perché non fidarsi? Poco importa che facciano parte di un’èlite non esattamente nuovissima, che quindi ha le sue brave colpe nell’averci condotto al punto in cui siamo.

Alla retorica del cialtrone puttaniere e barzellettiere che “ci piace perché ci somiglia ” si è sostituita quella, non meno pericolosa,  dei “tecnici” esperti degli “arcana imperii”, che “ci piacciono perché non ci somigliano”. Certo, la Fornero è senz’altro più presentabile della Carfagna: resta il fatto che oggi come ieri un discorso pubblico in grado di valutare con cognizione scelte e conseguenze, condizione basilare del funzionamento democratico, in questa situazione non ha proprio possibilità di  articolarsi.


Divagazioni sul merito, l’articolo 18, e le idee che non ci sono

C’è una cosa che mi colpisce, in questo ossessivo mantra del “merito” che da qualche anno in qua appesta il pubblico dibattito (esattamente come in decenni non troppo lontani andava di moda un malinteso e pessimo egualitarismo). I cosiddetti “migliori”, i bravi, i talentuosi, sono per definizione, pochi. E della maggioranza solo normale che ne facciamo? Tutti quelli che magari non eccellono, che tuttavia compiono degnamente e onestamente il loro lavoro, per umile che sia, e non aspirano a grandi cose se non ad arrivare con una certa tranquillità a fine mese. Massa di schiavi da sacrificare sull’altare di un rinnovato darwinismo sociale versione XXI secolo?

E’ giusto ribaltare le gerarchie sulla base del merito, ci mancherebbe, ed eliminare le distorsioni clientelari e le piccole o grandi furbizie che sembrano così connaturate al generalizzato malcostume italiano. Ma ho la netta impressione che in realtà si giochi sul malinteso per addomesticare un’opinione pubblica preoccupata e, al tempo stesso, poco informata.

Gente, non possiamo diventare tutti generali: ma tutti abbiamo diritto a salvaguardare la nostra dignità e la nostra identità grazie al lavoro, a venti come a cinquant’anni. Siamo proprio sicuri che togliere diritti a chi ce l’ha, piuttosto che estenderli a chi non ce l’ha, rappresenti la panacea di tutti i nostri mali? Siamo certi che, al di là dei casi limite strumentalmente enfatizzati da certa stampa, l’articolo 18 abbia funzionato esclusivamente come paracadute per fancazzisti inveterati e squallidi furbastri? Siamo assolutamente convinti che altrove in Europa non esista nulla di simile e che la legislazione italiana del lavoro rappresenti una specie di mostruosità giuridica, una zavorra indegna che mortifica  gli sforzi generosi dei nostri illuminati imprenditori?

A occhio e croce direi che non è proprio così. Fatevi un giro in Rete e troverete qualche informazione in più: per esempio questo appello di un nutrito gruppo di avvocati giuslavoristi che ci racconta qualcosa che di solito viene taciuto sul famigerato articolo 18; oppure questo sintetico confronto fra paesi europei, le cui conclusioni mi sembrano abbastanza eloquenti:”Del resto quella del mercato del lavoro italiano più rigido di altri è una bufala comprovata. L’indice Ocse della «rigidità in uscita» colloca l’Italia (punteggio 1.77) ben al di sotto della media europea: appena sopra alla Danimarca (1.63), comunemente raffigurata come il modello ideale di flessibilità, e dotata di ammortizzatori sociali ben più sviluppati che in Italia. Nella classifica troviamo la Germania in testa: 3.00, ma anche i lavoratori di molti paesi dell’est come Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia, nei quali molte imprese italiane minacciano di delocalizzare, sono più tutelati di noi, rispettivamente a 1.92, 3.05 e 2.06. A tutto questo si aggiunge poi il fatto che l’Italia è tra ultime nazioni d’Europa a non aver ancora istituito un reddito minimo di cittadinanza, pur avendo una rete di ammortizzatori sociali iniqua e tassi di disoccupazione tra i più alti”; e se proprio avete voglia di studiare, aggiungete anche questo corposo intervento del prof. Orlandini dell’Università di Siena.

Al solito la propaganda offusca una corretta percezione dei fatti. L’attuale esecutivo, nascosto dietro la foglia di fico della denominazione “governo tecnico”, persegue coerentemente (date le premesse) una politica nettamente orientata in senso liberista. Non esiste alternativa,  perché persino la mera possibilità di  elaborare soluzioni basate su presupposti diversi viene tenuta sotto ricatto (“o così o l’abisso nel quale sta precipitando la Grecia”), tacitata, marginalizzata. Non è vero che “non esistono più le ideologie”: non ci sono idee, punto.