Questione di numeri (e di metodo) – qualche dubbio sulla megaconsultazione renziana a proposito di scuola.

Gli studenti italiani sono in totale 7.881.632. I docenti 721.590. 50 milioni, più o meno, gli Italiani con diritto di voto.

Secondo la newsletter de “La Buona Scuola”, «oltre un milione di persone hanno già avuto accesso al sito, oltre centomila hanno partecipato online. Il mondo della scuola è già stato particolarmente attivo, in particolare attraverso gli oltre 1.200 dibattiti sul territorio promossi da docenti, dirigenti scolastici, studenti, genitori, personale della scuola, associazioni, cittadini». Visti i numeri  riportati ad inizio di post, centomila persone attive sul sito a partire dal 3 settembre fino ad oggi non mi sembrano granché (come il milione di accessi: io ho effettuato diversi accessi, per completare il questionario, ma sono una persona sola, per esempio). Per quanto riguarda i dibattiti, ovviamente andrebbe verificata la partecipazione caso per caso (un dibattito con dieci persone presenti è diverso da uno che può vantare qualche centinaio di spettatori): quindi non mi esprimo, ma i dubbi sono molti. Qualcuno dirà: è un inizio, la volontà di coinvolgere e discutere, un punto di svolta. Non sono poi così sicura che sia davvero così.

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I tormenti del professore di lettere

So che a qualcuno sembrerà strano. Un atteggiamento arretrato e nostalgico. Ma io sono diventata insegnante perché, guarda guarda, credevo (credo) che valesse la pena trasmettere il mio amore per la letteratura. Soprattutto per la letteratura apparentemente più inattuale. Quella che sembra più inutile. Archeologia letteraria. Se ammetto che mi piacciono i Sepolcri di Foscolo e che vorrei non venissero dimenticati, mi devo vergognare? Se dichiaro pubblicamente che giudico i Promessi Sposi (sì, il vituperato e protodemocristiano Manzoni, proprio lui) un grandissimo romanzo, sarò costretta a inginocchiarmi sui ceci? Se credo ancora che bisognerebbe perdere un po’ di tempo a leggere persino Parini? E Alfieri? Che penitenza mi tocca per aver scritto e pubblicato un indegno commento alla Satira V di Orazio? Del mio amore per Leopardi che devo farne?

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La verità della scuola nelle parole dei docenti. Una testimonianza – verità.

Nel mio post precedente concludevo “Pensiamo. Proponiamo. Condividiamo. Facciamo“.  Ebbene, l’esasperazione dei docenti, davanti agli annunci che si susseguono sugli organi di informazione è tale che qualcosa, finalmente, si sta muovendo, e in modo impetuoso: i docenti pensano, propongono, condividono e fanno. Su Facebook il collega Marco Raspanti ha scritto e condiviso questa lettera aperta, invitandoci a firmare e diffondere. In questo momento le parole di Marco stanno rimbalzando da un capo all’altro del social network. Dopo averle anch’io condivise sulla mia bacheca,  le rilancio qui, nella speranza che qualcuno voglia ascoltare questa testimonianza autentica e sentita: senza pregiudizi, solo con piena disponibilità a comprendere un malessere che sta diventando insostenibile. 

(Ai colleghi: condividete ovunque potete e firmate la lettera di Marco sul suo profilo o sul gruppo facebook “Insegnanti”)

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Cari colleghi … (seconda parte)

Cari colleghi … (seconda parte)

 

if_you_think_education_is_expensive_try_ignorance_bumper_sticker-r37e270f4d2f94b6e86d59eea0f796392_v9wht_8byvr_512Cari colleghi,

la prima parte di questa lettera risale al gennaio scorso. Nel frattempo molte cose sono cambiate, incluso governo e ministro dell’istruzione. Ma certe tendenze non hanno affatto “cambiato verso”, anzi.  Allora scrivevo, a chiusura di post:

Una modesta e paradossale proposta: ci dicono che lavoriamo solo 18 ore alla settimana;  cosa accadrebbe se tutti lavorassimo davvero solo 18 ore alla settimana? Se rifiutassimo gli incarichi aggiuntivi, il volontariato sottopagato o non pagato, le gite scolastiche etc.? Se nelle 18 ore a scuola correggessimo i compiti, studiassimo per le nostre lezioni (che sarebbero poche, di necessità) e preparassimo i materiali facendo la fila ai pochi computer disponibili? Se non tenessimo i corsi di recupero, se ci buttassimo malati in massa per gli esami, se evitassimo con una scusa o con un’altra riunioni, consigli, collegi …? Si dirà: occhio,  nei tuoi compiti di insegnante sono compresi anche i doveri inerenti, appunto, alla funzione docente, oltre l’orario della mattina … ah sì? allora non è vero che il professore coscienzioso lavora solo 18 ore, lavora comunque di più, come da contratto (e se aumentate gli alunni per classe e moltiplicate gli impegni pomeridiani obbligatori a scuola, ne risulta un aggravio del carico di lavoro per tutti, a stipendio bloccato). 

’Insomma, paradossalmente, per riuscire a veder riconosciuto il loro sforzo, i missionari dovrebbero smetterla di fare i missionari e i professionisti abdicare alla loro professionalità. Ci volete tutti impiegatucci votati alla logica della didattica test oriented? E sia. Si vedrebbe allora che la scuola italiana crollerebbe miseramente: ma forse sarebbe la fine di molti equivoci, sia pure condita dall’amarezza del “ve l’avevamo detto, ben vi sta”.

In questi giorni si susseguono annunci allarmanti a proposito di un blitz estivo (secondo una tattica che conosciamo da tempo: colpirci nel momento in cui è più difficile coordinarci e reagire) contenuto nella prossima legge di stabilità: aumento dell’orario di cattedra (su base volontaria) da 18 a 24 ore, taglio di un anno delle superiori, possibile obbligo per i docenti di presenza a scuola, in orario di servizio,  anche durante i periodi di sospensione delle lezioni  (a fare che cosa non è chiaro).

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Zitti!

Quando mi addentro nella rilettura delle varie riforme che la scuola italiana ha subito da Berlinguer in poi, mi pare di trovarmi davanti a un cumulo di rovine: intenzioni roboanti, formule misteriose, didattichese profuso a piene mani. Interdisciplinarietà, transdisciplinarietà, moduli, competenze, cicli, raccordi, PECUP, LARSA, EQARF, ECVT, ECTS, EQV, POF, PEI, BES  e tutta la sfilza di acronimi tramontati e poi ancora resuscitati in una specie di loop infernale …

Il risultato? Una scuola senza identità, incapace di correggere le storture del passato (no, non appartengo alla nutrita schiera dei “laudatores temporis acti”, sia chiaro) e di aprirsi davvero al futuro; una scuola che spesso ha buttato via il bambino tenendosi l’acqua sporca, moltiplicando le incombenze burocratiche e snaturando la funzione dei docenti, riducendoli a meri esecutori di una pedagogia di stato con poche idee e comunque parecchio confuse; una scuola vessata dai tagli e offuscata dalle chiacchiere; una scuola diventata campo di battaglia per contrapposizioni ideologiche di qualunque tipo, caricata di continuo di colpe e responsabilità non sue (o comunque non esclusivamente sue).

Il bello è che in questo bailamme, che lascia basiti e perplessi gli stessi professionisti dell’educazione, succede come con la nazionale di calcio: tutti sono commissari tecnici. Sulla base degli appannati ricordi delle loro remote esperienze scolastiche, senza rendersi conto che la scuola un tempo da loro frequentata non esiste più (e non è chiaro, ad oggi, che cosa l’abbia davvero sostituita), criticano, consigliano, polemizzano. In sintesi, straparlano.

Verrebbe da dire, a tutti (giornalisti, politici, supposti esperti che mai hanno messo piede in un’aula vera, gente comune che va avanti per luoghi comuni e slogan): “Chetatevi!”

Alla fine  ci si ritrova a pensare di essere in guerra, e che la guerra  (contro i discorsi vuoti, le pretese inutili, la retorica un tanto al chilo, le norme deliranti e, sì, gli acronimi incomprensibili) non finisca mai,  e  che occorra una gran fede per andare avanti, nonostante tutto, ma che, insomma, non si possa fare a meno di combattere, perché le ragioni che una volta, tanto tempo fa, ti hanno spinto in trincea, sono sempre lì, intatte, e proprio non ce la fai a fingere di non vedere.

 

Una modesta proposta (missionari, professionisti e menefreghisti nella scuola). Prima parte

Una modesta proposta (missionari, professionisti e menefreghisti nella scuola). Prima parte

teachers0-birthday-1956.jpg!xlMediumCari colleghi,

sappiamo tutti che la vicenda degli scatti di anzianità prima corrisposti ai colleghi aventi diritto e poi chiesti indietro dal MEF non si è davvero chiusa con la retromarcia del Governo. La scuola è sotto attacco ormai da anni e tutti fiutiamo l’ennesima fregatura. Certo è che la corda è logora e minaccia di strapparsi da un momento all’altro.

Come ha scritto un mio contatto su facebook, il risultato prevedibile dell’ennesima triste sceneggiata sarà questo (cito): “Impoveriranno ulteriormente la scuola e indurranno a dire che i soldi per gli istituti se li sono fottuti gli insegnanti, che verranno etichettati come sciacalli famelici”.

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