A proposito di alternanza scuola – lavoro, delle recenti proteste e dell’utilità e il danno della scuola per la vita.

A proposito di alternanza scuola – lavoro, delle recenti proteste e dell’utilità e il danno della scuola per la vita.

A proposito delle proteste studentesche contro l’alternanza scuola -lavoro. Vedo alcuni miei contatti su facebook  irridere gli studenti chiamandoli viziati figli di papà:  pare che, durante la manifestazioni, sia stato usato lo slogan «siamo studenti non siamo operai». Dunque,  sembrerebbe che con  queste parole i manifestanti, presunti eredi della famosa «Contessa» di Paolo Pietrangeli, abbaino voluto esprimere il loro disprezzo «di classe» verso gli operai.

 

Non entro nel merito: può darsi che l’infelice slogan sia autentico, così come può essere che una semplificazione giornalistica sia rimbalzata da una testata all’altra, come spesso accade. Tuttavia, prima di perculeggiare a prescindere gli studenti, vorrei citare qualche altro slogan, usato nel corso della manifestazione e testimoniato dalle foto. «Contro la scuola di classe, salario e diritti in alternanza» (Bologna), oppure «Sfruttati oggi, precari domani» (Napoli); «Siamo studenti, non servi» (Messina); «Formati, non sfruttati» (Bari) etc etc. Attenzione a definire «tutti» questi studenti fighetti figli di papà, e a esaltare nostalgicamente la figura dell’operaio contrapposta all’intellettuale nullafacente, e ai suoi figli e figliastri «bamboccioni», dopo decenni in cui gli operai, appunto, sono schifati da tutti  (anche da alcuni esponenti di quel governo che così fortemente ha voluto l’introduzione dell’alternanza scuola – lavoro nelle scuole) e considerati patetici relitti di un mondo che non esiste più, quel Novecento con il quale molti vorrebbero chiudere i conti una volta per tutte.

 

Ora, io sono prof e laureata, ma anche moglie di operaio, e cosa sia la fabbrica l’ho imparato attraverso i racconti di mio marito (e lavando i suoi abiti da lavoro). Mi chiedo quanti di coloro che mostrano via social network un così tardivo rispetto per la figura dell’operaio (e parlo da una città dove gli operai, quelli veri, stanno tutti, o quasi, in cassa integrazione,  e intanto si vagheggiano, per risolvere una crisi dai risvolti drammatici, le improbabili virtù salvifiche di una metamorfosi magica da terra di industria a paradiso del turismo) abbiano mai lavorato davvero con le mani, e sudato e imprecato a una catena di montaggio o nel capannone di un treno di laminazione. Perché talvolta (ma sicuramente mi sbaglio) questa sospetta esaltazione delle virtù taumaturgiche del lavoro manuale, evocate per difendere ad ogni costo la poco funzionale legge sull’alternanza scuola – lavoro mi pare, quella sì, un po’ radical – chic …

Se gli studenti sono chiamati a lavorare su serio, li si paghi: perché il lavoro si paga (e questo in fondo chiedono, alcuni degli striscioni citati sopra), altrimenti non è lavoro, è, appunto sfruttamento; se gli studenti sono chiamati a “fare volontariato”, come in certe esperienze accade, non lo si chiami “lavoro“, ma volontariato, che è cosa comunque meritoria (se lo è sul serio, e non è ancora una volta, sfruttamento); se invece li si vuole allenare alla durezza darwiniana del mondo che li aspetta (come qualche commento che ho letto lascia intendere: giovani viziati e iperprotetti, fate gavetta, alla fotocopiatrice e zitti, e in più portate il caffè al capo), allora, davvero, li si lasci studiare: a fare i precari sfruttati (ancora!) impareranno fin troppo alla svelta, e senza bisogno di formazione specifica.

Ma forse non è nemmeno questo il problema:  ho l’impressione, onestamente, che l’alternanza scuola – lavoro, che tanti aborrono pregiudizialmente come frutto avvelenato del cosiddetto neoliberismo,  e tanti esaltano, altrettanto pregiudizialmente, per il suo supposto valore formativo, spesso  non sia né lavoro, né formazione, ma un ibrido mal riuscito, nel quale le scuole fanno convergere un po’ di tutto, compresi progetti e collaborazioni che si facevano anche in passato (e sì, anche nei licei) e che ora si forzano nei panni stretti della legge: non di rado l’alternanza si risolve in una grandiosa perdita di tempo, in cui si fa finta di lavorare  e intanto non si studia, ma ci si inventa qualcosa pur di raggiungere il fatidico numero di ore prescritto. E non si capisce come potrebbe essere altrimenti, visto che di lavoro, quello vero, ce n’è comunque poco, e precario, sfruttato e mal pagato,  e qualsiasi tirocinio serio dovrebbe essere pensato e organizzato in modo ben diverso, in maniera strutturale e non episodica o improvvisata.

Sia chiaro: non contrappongo, nostalgicamente, gli studi pensosi e il consumo vistoso dell’ormai defunta «classe agiata» su cui Veblen ironizzava alla fine dell’Ottocento, allo svilito «lavoro manuale», sebbene io sia, guarda un po’, docente di lettere e laureata in una disciplina sommamente improduttiva oggi, letteratura greca: ormai mi sento del tutto solidale con la più attuale «classe disagiata» (ovvero una classe culturale alla quale viene ricordata, ogni santo giorno, la propria irrimediabile superfluità) e certi rimpianti non me li posso più permettere.

Proprio per questo dico che, invece di caricare la scuola di responsabilità in contraddizione fra loro, sarebbe bene decidere in quale direzione andare e spazzare via l’ipocrisia: smettiamo di insegnare letteratura, filosofia, storia, algebra o fisica (non parliamo poi di latino o greco, da cestinare subito), abbandoniamo ogni desiderio o velleità di una cultura «astratta» che abbia pretesa di profondità e sistematicità, e dedichiamoci con cuore finalmente leggero alla cura empirica, fra l’altro più economica, di quelle famose competenze in grado di adattarsi agevolmeunte a qualunque contesto e di essere sommamente utili all’esercito dei futuri precari. Non facciamo di questi giovani degli illusi o degli spostati, specialmente se sono figli di poveracci e hanno l’insana speranza che, studiando, potranno magari salire la scala sociale. Avvertiamoli: i posti migliori sono già tutti prenotati,  e loro non saranno salvati  né da quel simulacro di lavoro evocato nell’alternanza, per il quale, così com’è, non meritano di essere scomodate le più nobili giustificazioni pedagogiche (e lasciamo stare Gramsci, per cortesia: che tutti lo tirano ora di qua, ora di là), né dalla cosiddetta «cultura alta»con la quale, com’è risaputo, «non si mangia» e che comunque oggi, nella sua versione scolastica, appare esangue, impoverita, banalizzata.

E allora? Allora liberi tutti. Chiudiamo le scuole e arrangiamoci come possiamo. Ma senza inutili chiacchiere, per favore.

Il mio «PhD» … (non più «candidate», finalmente!)

Il mio «PhD» … (non più «candidate», finalmente!)

E così ho finito, almeno per il momento. Il 19 dicembre ho conseguito il mio dottorato in Sociologia e Storia della Modernità presso l’Università di Pisa , con una tesi dal titolo «La marginalizzazione dei saperi umanistici nel sistema di istruzione. Percezione sociale e strategie di resistenza». In commissione il mio relatore, Vincenzo Mele, affiancato dai commissari Alfonso Maurizio Iacono (Università di Pisa) e Mariano Longo (Università del Salento). Discussione ricca di spunti e di ulteriori suggestioni: per me non un punto di arrivo ma una nuova partenza, per approfondire ulteriormente la questione (che per me, in quanto docente di Lettere nei Licei, è evidentemente cruciale). Di seguito la traccia che mi ha aiutato a presentare il mio lavoro alla commissione e la presentazione.

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Scuola e democrazia

Scuola e democrazia

Nè voglio sia riputata presunzione, se uno uomo di basso ed infimo stato ardisce discorrere e regolare i governi de’ Principi; perché  così come coloro che disegnano i paesi, si pongono bassi nel piano a considerare la natura de’ monti e de’ luoghi alti, e per considerare quella de’ bassi si pongono alti sopra i monti; similmente, a cognoscer bene la natura de’ popoli bisogna esser Principe, ed a cognoscer bene quella de’ Principi conviene essere popolare.

Sono parole di Machiavelli, tratte dalla dedica del suo capolavoro, il Principe, a Lorenzo de’ Medici, duca di Urbino. Certo. si trattava di una professione di umiltà imbevuta di retorica: Machiavelli era caduto in disgrazia ma la sua esperienza delle vicende politiche e diplomatiche contemporanee, dato il ruolo ufficiale che aveva rivestito a Firenze,  era stata in larga misura diretta, e non certo quella di di un «uomo di basso ed infimo stato». Eppure le sue affermazioni contengono un’ elementare verità: se è vero che il potere ha ogni strumento per conoscere e manipolare la natura dei popoli,  gli effetti del potere sono ben noti soprattutto a chi li subisce. Ma quando il potere è miope e il popolo è accecato dalla rabbia e dall’ignoranza, i risultati non sono mai buoni.

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La trincea dei nonni e la delusione dei ragazzini. Ancora su Brexit.

La trincea dei nonni e la delusione dei ragazzini. Ancora su Brexit.

middle fingerA proposito di Brexit, la narrazione che si è imposta è, all’incirca questa: i vecchi (destinati a morire nel giro di poco: ho letto anche questa simpatica considerazione su qualche bacheca) hanno imposto la loro volontà ai giovani, che subiranno per decenni le conseguenze nefaste della mancata lungimiranza dei nonni.

La fonte principale per questa conclusione è qui:

yougov

Ma se leggete bene la legenda, scoprirete che questi dati sono predittivi e si basano su un campione di 1652 persone intervistate fra il 17 e il 19 giugno.

Sia chiaro. È sicuramente corretto valutare l’importanza del cosiddetto «fattore generazionale» a proposito dell’esito del referendum. Ma bisognerebbe tener conto di tutti gli elementi in gioco, non solo di uno e per di più basato su dati discutibili e moooolto parziali, per non dire altro.

Per esempio ci sono giovani inglesi che a votare non ci sono proprio andati: e non sono così pochi. Un‘analisi del Wall Street Journal mostra  questa situazione.

voto_inglese2

Insomma un buon 19% dei ragazzi fra i 19 e i 24 anni e un significativo 17 % degli adulti fra i 25 e i 49 sono rimasti a guardare.

La questione è timidamente accennata anche in un pezzo di Repubblica:

Se l’affluenza è stata alta in generale (72,2 per cento contro il 66,1 delle ultime elezioni parlamentari), tra chi ha rinunciato a esprimersi è molto alta la percentuale dei giovani sotto i 24 anni, che però hanno votato in blocco per il Remain. Un dato, questo, largamente previsto, poiché nelle elezioni generali dello scorso anno l’affluenza dei giovani inglesi è stata tra le più basse in Europa, con il 43 per cento contro il 78 per cento dei pensionati. I giovani insomma, non hanno ascoltato i tanti appelli ad andare a esprimere le loro simpatie europeiste, deludendo così proprio chi li voleva ago della bilancia dell’esito favorevole al Remain.

Detto questo è interessante riflettere su altri dati. L’analisi del Guardian sembrerebbe essere assai più dettagliata e preoccupante da altri punti di vista. Hanno votato in maggioranza contro l’Europa coloro che non hanno una laurea o comunque un titolo di studio elevato (fig.2);  quanti non possiedono nessun tipo di qualifica (fig.3); quanti hanno un reddito basso o medio-basso (fig.4); gli appartenenti alle classi subalterne – operai specializzati, operai non specializzati, pensionati, disoccupati, lavoratori precari (fig.5.)  Il dato legato all’età (fig.6) è forse il meno significativo, ma è quello sul quale l’immaginario collettivo è stato in larga misura convogliato (si veda, per questa lettura dei dati anche la sintesi in italiano qui dalla quale ho tratto le immagini).

Insomma, si sono rivoltati contro l’Europa i poveri e gli ignoranti (non necessariamente e non solo i più vecchi attaccati … a cosa poi?), ovvero le categorie di cui parlavo nel mio post di ieri: quelli che non hanno nulla da perdere dall’eventuale Brexit, perché in questi anni hanno già perso moltissimo, non ultimo la possibilità di informarsi in modo corretto e di scegliere non sulla base della paura e della cosiddetta «pancia»,  ma di considerazioni ragionevolmente motivate.

D’altra parte ci sarebbe da chiedersi quanto sia effettivamente informato il giudizio dei moltissimi commentatori nostrani che continuano a ripetere come un mantra la favoletta dei giovani ai quali sarebbe stato strappato il futuro dai vecchi:  a chi giova innescare il conflitto generazionale in luogo di una più corretta battaglia per i diritti e il benessere di tutti? O dovrei credere che questa Europa è il luogo meraviglioso dell’inclusione e delle opportunità, il paradiso di civiltà e benessere al quale gli stupidi inglesi hanno rinunciato?

Io penso che il sonno delle oligarchie ripiegate sui loro privilegi genera fatalmente il mostro del populismo: questi, poi, sono gli esiti. E credo che disinvestire sulla scuola e sulla cultura, condannare vaste fette di popolazione alla progressiva marginalizzazione, tagliare servizi e prospettive, allargare la forbice sociale in maniera non sostenibile, trasformi per forza il «popolo» in «plebe»: e la plebe , quando si incazza, combina guai. Ma rispondere al disagio sociale con il disprezzo (del tipo: non hanno pane? che mangino brioches) o, peggio, invocando soluzioni autoritarie,  non mi pare un gran rimedio (in verità mi pare un atteggiamento figlio della medesima ignoranza che si depreca).

Corsi e ricorsi. A proposito di attivisti vecchi e nuovi, di generazioni, di giovani e anziani

Corsi e ricorsi. A proposito di attivisti vecchi e nuovi, di generazioni, di giovani e anziani

DylanCorreva l’anno 1963, da poche settimane era stato ucciso Kennedy. Un giovane cantante folk di belle speranze era stato invitato dal Comitato di emergenza sulle libertà civili (Eclc) per ritirare il premio Tom Paine, conferito ogni anno a un paladino della causa. La premiazione si sarebbe tenuta all’Hotel Americana di New York. Nel 1962, per dire, il premio era stato conferito a Bertrand Russell. Ora toccava ad un giovanissimo Bob Dylan (22 anni).

Il quale si presentò sul palco vistosamente ubriaco, e imbastì, traballando, un discorso sconclusionato che infastidì e indignò il pubblico (1400 ospiti paganti, tra cui alcuni veterani della libertà di innumerevoli campagne per la libertà di parola e per la giustizia sociale). Al punto che fu costretto ad andarsene precipitosamente fra i fischi, molti, e pochi, esitanti applausi. Si scusò, in seguito, disse che era stato frainteso, che non si era spiegato bene. Ma la frittata era fatta e si trasformò, in seguito, in uno dei tanti mattoncini che hanno edificato il “mito-Dylan”.

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Demagogia scolastica: dobbiamo credere a Babbo Natale?

Il 15 dicembre, pare, saranno presentati ufficialmente i risultati della megaconsultazione renziana sulla scuola. Nell’attesa il Ministro Giannini ha annunciato che nella nuova e buona scuola che verrà, diminuiranno i compiti a casa: il che, intendiamoci, sarebbe un bene, per i motivi che spiegavo nel mio post «Basta compiti! E no alla conoscenza come penitenza».  Solo che un’affermazione del genere, buttata lì come per caso, con il sorriso sulle labbra e la voce impostata da signora toscana della buona società, puzza di demagogia lontano un miglio. Per ragioni simili e simmetriche a quelle che spingevano la Gelmini all’elogio del grembiulino e della severità delle valutazioni. Il premier Renzi, intanto, favoleggia di «una carica dei mille» che dedichino «tempo» alla riforma, per allargare il consenso intorno al progetto: non male come mossa propagandistica per nascondere il sostanziale flop di partecipazione e coinvolgimento nelle iniziative promosse online (come, fra le righe,  nota il sovversivo Corriere della Sera).

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