Scrivere con lentezza e fregarsene dei social (o almeno provarci)

Scrivere con lentezza e fregarsene dei social (o almeno provarci)

Tornare a scrivere fra gatti e libri

Scrivere, senza perché

Sento aria di primavera e, essendo meteoropatica, avverto che il mio umore sta sottilmente cambiando. Per esempio, ho voglia di ritornare a scrivere: soprattutto, a scrivere senza uno scopo, così, solo per il gusto di farlo, per il piacere di raccontare una storia, di condividere una passione, di comunicare una scoperta, di fare domande ed aspettare risposte.

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Gli Stati Generali, il giornalismo e gli esperimenti di una prof curiosa

Gli Stati Generali, il giornalismo e gli esperimenti di una prof curiosa

social-media-419944_640Dopo essere stata inghiottita (per tanto, troppo tempo) da Facebook e dalle sue dinamiche drogate, ho pensato che bisognava uscire dall’incantesimo. Ricominciare ad argomentare in uno spazio più ampio e flessibile di un post in bacheca, ragionare invece di buttar lì una battuta veloce e via, costruire riflessioni condivise e documentate.

È faticoso. Scrivere un post, anche breve, mi richiede tempo, attenzione, concentrazione. C’è dietro, sempre, un lavoro di verifica e controllo. A un certo punto ho creduto che i ritmi veloci del web così come ora si è sviluppato (condividi, twitta, ritwitta, metti un like, commenta random etc etc) ormai non si adattassero più a una cosa vecchiotta e démodé come il blog. Stare sul pezzo, sempre. E la vita scorre veloce fra uno scatto di Instagram, un messaggio su Whatsapp, un “mi piace” su Facebook, un hashtag su Twitter.

Ma siamo sicuri che vada bene così? Certo, è più facile assecondare l’onda: è anche più divertente, diciamolo. Sebbene talvolta gli inevitabili flame nei quali ti trovi invischiato sciupino il divertimento. E poi la gente commenta, commenta i commenti, sta sempre con il cellulare in mano senza guardare mai a destra e a sinistra: c’è un mondo intorno, ma chi se ne frega? ce n’è un altro,  apparentemente più vasto a portata di clic. Stare dietro a tutti è estenuante. Altro che blog.

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Proposta di «flânerie» digitale (e non solo), per uscire dai luoghi comuni.

Proposta di «flânerie» digitale (e non solo), per uscire dai luoghi comuni.

Attenzione: post astruso, scritto in linguaggio aulico, con tanto di citazioni e bibliografia. Io vi ho avvertito. 

 

imagesC’è un racconto di Poe, si intitola l’Uomo della Folla (The man of the crowd, qui nella traduzione in francese di Baudelaire), risale al 1840, agli albori, quindi, della nostra modernità. Si apre, in epigrafe, con una citazione di La Bruyère: Ce grand malheur de ne pouvoir être seul! L’io narrante di descrive mentre, seduto al tavolino di un caffè londinese, immerso in un piacevole ozio, osserva dalla vetrina del locale la folla variegata che anima la strada all’imbrunire. Dopo essersi dedicato alla minuta descrizione dei tratti tipici di varie categorie di persone (distinti uomini d’affari, semplici impiegati, tagliaborse, giocatori, merciaioli ebrei, mendicanti falsi e veri, umili operaie e donne pubbliche di “ogni età e grado”, ubriachi e, ancora, pasticcieri e facchini e carbonai e spazzacamini e suonatori ambulanti d’organino e operai laceri e lavoratori d’ogni specie, esausti dalla loro fatica, chiassosamente affaccendati in un continuo e sregolato andirivieni che offendeva l’occhio per la sua assenza d’armonia, tutti colti nei loro tratti tipici, privi di individualità definita, come membri anonimi e indistinti di una folla a suo modo mostruosa e proteiforme, ad un tratto la sua attenzione viene attratta dalla fisionomia inquietante di uno strano individuo: Egli era basso di statura e molto magro, come anche allo stremo delle sue forze. Gli abiti erano sudici e a brandelli. Al bagliore dei becchi, sotto ai quali, di tratto in tratto, egli passava, m’avvidi che aveva una camicia e che essa, benché fosse sudicia, era d’un finissimo tessuto, e attraverso una spaccatura della sua giacca attillata – la quale appariva acquistata d’occasione – mi sembrò vedere, se la vista non ebbe a giocarmi, il brillio d’un diamante, ovvero d’un pugnale. Tutto questo valse ad eccitare vieppiù la mia curiosità ed io decisi di seguire lo sconosciuto per ogni dove, in qualsiasi luogo egli fosse andato.

Il racconto prosegue descrivendo l’insensato inseguimento di questo vecchio, al tempo stesso disperato e demoniaco, incapace di tollerare l’isolamento, perennemente alla ricerca di una sorta di immersione niente affatto catartica nel ventre oscuro della folla, attraverso il labirinto delle strade metropolitane, di paesaggi urbani sempre diversi, sotto la fitta pioggia, per tutta la notte e tutto il giorno seguente, fino al fatale ritorno al punto di partenza, quando, finalmente, l’inseguitore si decide ad affrontare, guardandola negli occhi, la sua preda.

Annientato dalla fatica com’ero, al cader della seconda sera, affrontai risolutamente lo sconosciuto e lo fissai negli occhi. Ma egli fece la vista di non accorgersene. E riprese, d’un subito, la sua solenne andatura, mentre io rimanevo immobile a riguardarlo, e a seguirlo non mi bastava più l’animo. «Questo vecchio», dissi allora a me stesso, «è il genio caratteristico del delitto più efferato. Egli non vuole rimanere solo. È l’uomo della folla. Sarebbe invano che lo continuassi a seguirlo, giacché non riuscirei a sapere di lui e delle sue azioni nulla più di quanto egli già non mi abbia fatto sapere. Il più malvagio cuore che esista al mondo è un libro ancor più volgare dell’ Hortulus animae e dobbiamo gratitudine alla pietà di Dio che es läßt sich nicht lesen».

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Questo non è un titolo (e questo non è un post su San Girolamo)

sangerolamostudioAll’inizio, in realtà, avevo pensato un titolo che mi piaceva, soprattutto se letto come ideale didascalia all’immagine che correda questo post (San Girolamo nello studio, di Antonello da Messina): qualcosa come “San Girolamo e la Rete” o “San Gerolamo irRetito” o cose così. Poi mi sono detta: e chi vuoi che  legga un post presentato con il nome di un santo proprio in apertura e un’immagine rinascimentale come commento? Già qualcuno dei miei più affezionati lettori mi rimprovera uno stile poco adatto ad un blog: troppa esibizione di cultura (e me ne dispiace, perché io so quanto sia incerta e frammentaria la mia cultura), troppe citazioni, troppi link che pochi si danno la pena di seguire. In fondo, troppe parole. Beh, e allora proviamo in stile Magritte, hai visto mai.

Questo post sarà condiviso sul mio profilo facebook e già lo so: molti si fermeranno al titolo del link e all’immagine. Un po’ com’è successo nei giorni scorsi con il post su Laura Boldrini: non sono mancati i commenti del tipo “fatevene una ragione, Laura Boldrini è antipatica”, come se mi fossi arruolata nel cospicuo esercito dei difensori d’ufficio del Presidente della Camera e il post non fosse altro che un esempio della mia militanza. Non era così, ma tant’è: a molti è bastato il link e la conclusione era già pronta e servita.

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Meditazioni fra Orazio e Buddha

Qual è la linea di confine fra l’erudizione e la cultura? E poi, che cosa significa davvero “cultura”? Perché continuare a commentare, insegnare, consultare la sterminata biblioteca di Babele che il tempo ha accumulato alle nostre spalle? In che modo quel che hai letto o studiato ti è davvero utile, ovvero può migliorare seriamente la tua vita e fare da argine a tutto ciò che ti pare incomprensibile, insensato, a volte devastante?

E se facessimo un bel frego liberatorio su tutto ciò che abbiamo imparato e magari dimenticato, su quello che ci sentiamo in colpa di non aver ancora affrontato,  e anche su quello che dovremmo conoscere e di cui, magari, non abbiamo nemmeno sentito parlare? A che servono le chiacchiere morte di uomini e donne a loro volta morti da secoli, se non da millenni?

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Qualcuno aveva già capito, qualcuno ci aveva avvertito: l’utopia della Rete secondo Leopardi

Sgombriamo il campo da possibili equivoci: questo post è chiaramente provocatorio. Mettere a confronto le Operette Morali (1824 – 1832) di Leopardi e la novissima fede negli effetti taumaturgici sul genere umano della vita “social” condivisa e dissipata in Rete non può essere altro che provocazione.

Tuttavia fa un certo effetto constatare che, dando un’occhiata a quel secolo decimonono che ci pare preistoria (figurarsi, siamo nel XXI secolo da tredici anni e giudichiamo con supponenza, come irrimediabilmente defunte, le vecchie idee e passioni del Novecento, figurarsi cosa dovremmo pensare dell’Ottocento), troviamo  giudizi (ironici) dell’intellettuale forse più lucido che l’Italia abbia mai avuto i quali, opportunamente e strumentalmente (non dico di no …)  decontestualizzati, sembrano critiche attualissime  ai fautori odierni delle magnifiche sorti e progressive in salsa 2.0 (comprendendo anche alcune interessanti implicazioni politiche).

Sarà che forse è solo questione di banale buon senso? Chissà … Intanto, se volete, divertitevi, come mi sono divertita io, a trovare affinità e richiami. Beninteso, le parti in grassetto sono state da me evidenziate.

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