L’anti-recensione di un romanzo anti-biografico. Andate tutti affanculo di The Zen Circus con Marco Amerighi

L’anti-recensione di un romanzo anti-biografico. Andate tutti affanculo di The Zen Circus con Marco Amerighi

Se questo romanzo è, come dichiarato ufficialmente, un’anti-biografia, allora merita, di necessità, un’anti-recensione. Quindi, gli incauti lettori che eventualmente si imbattessero in questo post non troveranno gli ingredienti soliti di una recensione: considerazioni dotte sullo stile, osservazioni pensose sulla coerenza della trama o sulla costruzione dei personaggi, elucubrazioni più o meno documentate sul contesto (storico, sociale, musicale) della vicenda, intelligenti inferenze sul significato riposto del testo o sulla verosimiglianza della narrazione.

Troveranno, piuttosto, il tentativo di condividere un’emozione e una serie di domande che una lettrice qualunque si è fatta man mano che divorava, assai velocemente in verità, le pagine di questo strampalato, commovente, urticante e provocatorio racconto «on the road» degli inizi di una band, The Zen Circus, fra le più significative e interessanti nel panorama musicale italiano.

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Noi, The Zen Circus, la musica che ti salva la vita e note sparse di varia umanità

Noi, The Zen Circus, la musica che ti salva la vita e note sparse di varia umanità
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Andrea Appino alla Feltrinelli Red di Firenze

Di musica ne ho ascoltata tanta, e la musica ha tracciato i confini del mio mondo. Non sono mai diventata un’esperta, questo no, e non mi si chiedano citazioni, rimandi, date, aneddoti, influenze, definizioni. Ma la musica, ascoltata disordinatamente, compulsivamente, è stata sempre il mio specchio, la mia medicina, il mio sfogo, la mia salvezza. 

Perché sì, la musica mi ha salvato la vita più di una volta: se sono qui, nonostante tutto, con il mio bagaglio di memorie, ansie, malinconie, ma sempre in piedi e con qualche speranza dura a morire, gran parte del merito va a tutta la musica che mi sono sparata nelle orecchie sin da quando ero una triste ragazzetta imbranata con la fama della secchiona.

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La mamma di Baltimora, il blocco nero, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto

Ok, abbiamo visto tutti il video di Toya Graham, la madre “santificata” da moltissimi (eh, si sa, la mamma è sempre la mamma) perché ha preso a mazzate il figlio in diretta tv. Non voleva che diventasse un altro Freddie Gray, il ragazzo morto per mano della polizia (sei agenti incriminati). Comprensibile il suo gesto, comprensibile anche l’ammirazione superficiale di tanti. Ma bisognerebbe avere il quadro completo della situazione.

Intanto dovremmo chiederci chi fosse questo Freddie Gray e per quale motivo è morto (si chiama “tortura del furgone”, per chi non lo sapesse: si vede che la fantasia dei boia non conosce freni). Che poi  la sua morte è stata la ragione dei disordini. Ma dubito che i tanti commentatori nostrani lo sappiano.

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It’s only rock ’n’ roll (but I like it) – Rolling Stones, Circo Massimo, 22 giugno 2014

It’s only rock ’n’ roll (but I like it) – Rolling Stones, Circo Massimo, 22 giugno 2014

Keith Richards«Cosa pensi delle critiche sui Rolling Stones troppo vecchi per il rock ’n’ roll? Ti fanno incazzare? Ti urtano?

La gente vuole denigrarti perché è calva, grassa e non riesce a muovere un passo, merda.  È pura invidia fisica, pensare che non dovremmo trovarci qui. “Come osano sfidare la logica?” Se non ritenessi che tutto funziona, sarei io il primo a dire: “Scòrdatelo”. Ma noi combattiamo i pregiudizi della gente sull’essenza del rock ’n’r oll. Si pensa che sia una cosa adatta ai venti-venticinquenni, come se tu fossi un tennista che smette dopo tre operazioni all’anca. Noi suoniamo rock ’n’ roll perché è quello che ci ha sempre gasato. A Muddy Waters e Howlin’ Wolf  l’idea del pensionamento sarebbe suonata ridicola. Vai sempre avanti. Perché no?»  (dall’intervista di David Fricke a Keith Richards, Rolling Stone, 17 ottobre 2002)

 

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“Salò” di Pier Paolo Pasolini, una provocazione sempre attuale.

 

[Una settimana fa, ho partecipato all’iniziativa “Si parla tanto di poesia – 3° edizione” presso la Libreria Coop. L’incontro, organizzato da Marco Formaioni,  si è diviso in due parti: la prima verteva sulla poesia di Giorgio Caproni (a cura del professor Davide Puccini), la seconda, indegnamente curata dalla sottoscritta,  sulla poetica di  “Salò” di Pier Paolo Pasolini.  Questo, per chi interessa,  è il testo del mio intervento su Pasolini]

 

Che cosa ci disturba, davvero, in un film così estremo come “Salò”? Avanzo un’ipotesi: quello che ci infastidisce e ci disgusta non è tanto la rappresentazione esplicita della perversione, ma il fatto che sia stato un “intellettuale”, qualunque cosa  questa definizione voglia dire per noi (e abbia voluto dire per Pasolini: non è detto che i due significati coincidano), ad assumerla e a recuperarla come metafora dell’oggi nel recinto della cultura: e con questo gesto violando appunto  la scontata (e impotente) sacralità assegnata  alla cultura dal perbenismo indifferente del senso comune.

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Bruce Springsteen, 10 giugno 2012: non “un” concerto, “il” concerto”

Eccola lì, la “prof”, sotto il diluvio, bagnata come un pulcino, i capelli zuppi, i vestiti grondanti, a ballare come un’invasata, braccia verso il cielo e sguardo fisso su quel palco lontano. E lui, vestito di nero, la chitarra a tracolla, là, su e giù di corsa fra la sua band e il suo pubblico, la voce potente che ti trascina e ti ferisce dritto al cuore, inesauribile come se non conoscesse stanchezza, o la fatica dell’età, o le noie e gli acciacchi di noialtri, poveri mortali:  il “nostro” Bruce, il Boss, sacerdote officiante un rito straordinario che la pioggia violenta in qualche modo ha consacrato.

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