Noi, The Zen Circus, la musica che ti salva la vita e note sparse di varia umanità

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Andrea Appino alla Feltrinelli Red di Firenze

Di musica ne ho ascoltata tanta, e la musica ha tracciato i confini del mio mondo. Non sono mai diventata un’esperta, questo no, e non mi si chiedano citazioni, rimandi, date, aneddoti, influenze, definizioni. Ma la musica, ascoltata disordinatamente, compulsivamente, è stata sempre il mio specchio, la mia medicina, il mio sfogo, la mia salvezza. 

Perché sì, la musica mi ha salvato la vita più di una volta: se sono qui, nonostante tutto, con il mio bagaglio di memorie, ansie, malinconie, ma sempre in piedi e con qualche speranza dura a morire, gran parte del merito va a tutta la musica che mi sono sparata nelle orecchie sin da quando ero una triste ragazzetta imbranata con la fama della secchiona.

Eppure è inutile girarci attorno. La verità è che si invecchia. E più si va avanti, più diventa difficile sottrarsi al brutto incantesimo del già visto e del già sentito. Noialtri, impenitenti ragazzi degli anni Settanta, ex-alternativi ora adattati senza più guizzi ad esistenze più o meno (s)comode, rischiamo di trasformarci in brutte copie dei nostri genitori, quelli che guardavano con aria un po’ schifata i nostri capelli spettinati, i maglioni informi e i jeans strappati, aspettando che l’ordine si ristabilisse  e anche la nostra  musica tornasse ad essere melodica e rassicurante come un ritornello di Nilla Pizzi o un acuto di Claudio Villa. Per dire, i ragazzini ascoltano la trap e noi li ammoniamo con il sopracciglio alzato: «Ai miei tempi…quella sì che era musica, mica la merda di ora». Provate a farvi un giro fra i commenti ai video di youtube e vedrete che questa è l’aria che tira (e non parliamo di tutte le chiacchiere post sanremesi a proposito di Mahmood o di Achille Lauro).

Ora, a me di questi moralismi musicali da ex giovani ormai anziani, francamente, importa il giusto. Ma è anche vero che, pur sforzandomi di rimanere attenta al presente senza abbarbicarmi al rimpianto del passato, difficilmente mi emoziono come mi capitava un tempo. Mi diverto, mi incuriosisco, ma, insomma, resto freddina.

Però la musica segue correnti imprevedibili. Un annetto fa, più o meno, mia figlia mi fa: «Ma tu li conosci gli Zen Circus?»  Sì, li conoscevo ed ero anche disposta ad ammettere che erano piuttosto bravi. Li avevo ascoltati con attenzione? In verità no. Qualcosa, qua e là, ma affogato in mezzo a tanti altri ascolti distratti, viziati da un certo (sciocco, lo confesso) pregiudizio nei confronti dell’indie italiano. Ma Annalivia mi ha raccontato di come in Viva lei leggesse molto di sé: la sua irrequietezza, la sua ansia, la sua insofferenza. E il suo racconto mi ha scosso e ha acceso la mia curiosità. Soccorsa da Spotify, mi sono rimessa in pari. La domanda che mi sono fatta è stata: «Ma dove diavolo sono stata finora?» Perché mentre oziavo fra infatuazioni pop e periodici ritorni in quella che considero la mia patria musicale d’elezione (per intenderci la costellazione Dylan, Springsteen, CSNY, Dire Straits ed epigoni vari, più un po’ di cantautorato italiano, da Guccini a De Gregori, passando per il più leggero Ligabue degli inizi), negli ultimi vent’anni era successo qualcosa che mi era sostanzialmente sfuggito.

Insomma, ho (letteralmente) drizzato le orecchie e ho cominciato a provare un certo affetto per la band toscana (la comune appartenenza geografica, va detto, ha avuto il suo peso) e a studiarla con attenzione. Poi siamo andate a Livorno per il concerto di agosto durante Effetto Venezia. Lì l’affetto è diventato (quasi) amore.

E infine c’è stato Sanremo. Aspettavo con una certa ansia l’esibizione del Circo Zen. Il testo lo conoscevo, ed era bello, ma come sarebbe stato l’effetto finale nell’altro circo, il tritatutto dell’Ariston? Bene, l’effetto è stato talmente dirompente che il quasi amore è diventata passione sfegatata. E guardando Sanremo, il che non è poco: da un certo punto di vista, si tratta di una conseguenza del tutto imprevedibile.

Ora per spiegare come sia stato possibile, dovrei ridurre l’emozione a misura di analisi del testo: probabilmente ammazzandola. La questione, tuttavia, a ben vedere è una sola: è l’ennesima volta che la musica mi salva la vita. Perché mentre l’ascoltavo, mi ritrovavo. Perché finalmente ero davanti a qualcosa che ha esattamente delineato il modo in cui mi sento in questo periodo, quando sempre più spesso mi capita di sentire echeggiare nella mia testa il ticchettio del tempo che passa e di chiedermi se per caso non stia sprecando quello che mi resta,  occupata come sono in faccende che non mi appassionano più. Dove sono finita? in quale nebbia si sono perse le mie smanie di ribellione? la mia eterna tentazione all’anarchia? che diavolo sto facendo?  che cosa mi sta accadendo? che cosa ci sta accadendo, a tutti?

Vedete, se ascolto Springsteen che urla «For the ones who had a notion, a notion deep inside
That it ain’t no sin to be glad you’re alive, I wanna find one face that ain’t looking through me
I wanna find one place,  I wanna spit in the face of these badlands…», sento comunque che il mio cuore perde un battito: ma ho ascoltato Badlands tante di quelle volte che me l’aspetto, e alla fine, a essere sincera, subentra quella certa amarezza che ti fa considerare come, dopo tanti anni, siamo ancora qui alle prese con le nostre illusioni di fuga dai bassifondi della vita. Intanto il Boss si è trasformato in un rassicurante nonnetto che balla sul palco con le signore e canta con i bambini, Bob Dylan ha vinto il Nobel e Francesco Guccini tiene conferenze in Normale: i ribelli di un tempo consacrati, premiati, normalizzati.

E allora The Zen Circus a Sanremo? Talmente incongrui che sembravano uno schiaffo in faccia. Non hanno scandalizzato come il supposto inno all’ecstasy di Achille Lauro, non hanno commosso come la rassicurante poesiola di Cristicchi, non hanno estasiato come la rediviva Loredana Berté, né hanno fatto incazzare maestri e professori di scuola come Daniele Silvestri e Rancore. Erano talmente fuori dai cliché consueti che sono semplicemente usciti dal radar del pubblico medio del festival. Ma non dal mio: immortalata da mia figlia (parecchio divertita dalle smanie materne, devo dire)  in una storia di Instagram, mentre, ascoltando l’esibizione degli Zen, esclamavo, stupita,  «Cazzo, ma è bella!», sentivo che quella canzone mi apparteneva e stava entrando nel ristrettissimo gruppo di quelle in grado di farmi segretamente tremare. Dopo tanto, troppo tempo.

The Zen Circus firmacopie Firenze

Noi felici e contente, e The Zen Circus a Firenze

Alla presentazione del loro album alla Feltrinelli di Firenze, quando io e Annalivia ci siamo presentate con la nostra copia da firmare, pronte per la foto di rito insieme alla band, ho provato in trenta secondi a dire queste cose a Andrea e a Ufo (Karim Qqru e il Maestro Pellegrini, giustamente estenuati dal rito degli autografi, erano fuori portata), a raccontare di come una madre e una figlia, così distanti ma allo stesso tempo così vicine, condividessero la loro musica, a spiegare come le parole dei loro pezzi, e di quel pezzo in particolare, mi avessero scavato dentro e riportato in superficie qualcosa che credevo smarrito. Naturalmente non ci sono riuscita. Ma mi sono abbracciata due volte Appino (avrei voluto farlo anche con gli altri, ma insomma, l’abbraccio era simbolicamente collettivo) e ora sono qui a rimettere ordine. Una vecchia signora che aveva bisogno di nuove speranze e nuove disperazioni e che, grazie a loro, ora si sente meglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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