L’anti-recensione di un romanzo anti-biografico. Andate tutti affanculo di The Zen Circus con Marco Amerighi

L’anti-recensione di un romanzo anti-biografico. Andate tutti affanculo di The Zen Circus con Marco Amerighi

Se questo romanzo è, come dichiarato ufficialmente, un’anti-biografia, allora merita, di necessità, un’anti-recensione. Quindi, gli incauti lettori che eventualmente si imbattessero in questo post non troveranno gli ingredienti soliti di una recensione: considerazioni dotte sullo stile, osservazioni pensose sulla coerenza della trama o sulla costruzione dei personaggi, elucubrazioni più o meno documentate sul contesto (storico, sociale, musicale) della vicenda, intelligenti inferenze sul significato riposto del testo o sulla verosimiglianza della narrazione.

Troveranno, piuttosto, il tentativo di condividere un’emozione e una serie di domande che una lettrice qualunque si è fatta man mano che divorava, assai velocemente in verità, le pagine di questo strampalato, commovente, urticante e provocatorio racconto «on the road» degli inizi di una band, The Zen Circus, fra le più significative e interessanti nel panorama musicale italiano.

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Spoon River in Maremma

Spoon River in Maremma

romanzo sacha naspiniSembra, in apparenza, una narrazione realistica quella che Sacha Naspini  cesella nel suo «Le case del malcontento», impreziosita dall’uso sapiente del vernacolo locale, dal disegno accurato di quei dettagli paesani che fanno tanto colore locale: modi di dire, imprecazioni, il netto e diretto volgare toscano che tanto diverte quelli che toscani non sono e, allo stesso tempo, solletica e inorgoglisce la gente del posto quando se lo trova sbattuto sulla pagina con tutti i crismi della letteratura.

Al contrario, si tratta di una lingua sfacciata e cinica,  aspra e rabbiosa, sboccata e impietosa, che si nutre di disincanto e irride ogni residua bontà, ogni possibile gentilezza della vita: il realismo sfuma in una magia cattiva, un incanto ostile che inquieta e paralizza non solo i personaggi, smarriti nei loro soliloqui, ma anche i lettori che si avventurino per le strade tortuose dell’immaginario borgo maremmano.

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Interstellar è un’americanata. Ma io mi sono commossa ( e qui vi spiego perché).

Va bene, è vero. Dal punto di vista dell’accuratezza scientifica, Interstellar fa acqua. Anche sulla verosimiglianza e sulla coerenza della sceneggiatura ci sarebbe da ridire ( Attivissimo  lo fa in modo ineccepibile). E come film di fantascienza, di “quel” tipo di fantascienza speculativa che ti mette davanti alle grandi domande, ovviamente 2001 Odissea nello Spazio resta insuperabile. Io non sono un’esperta di sci fi, ma tutto questo lo capisco benissimo.

Però.

Qualche anno fa, leggendo non so quale profezia apocalittica su quello che sarebbe potuto accadere fra quarant’anni o giù di lì, fui colta di botto da un pensiero terrificante. Naturalmente una lo sa che, quando i suoi figli saranno vecchi, lei sarà orami polvere alla polvere. Ma in quel preciso momento, e ancora non so per quale motivo, e senza preavviso, io sentii in tutta la sua spaventosa verità quella che avevo sempre considerato come una possibilità astratta, un evento così remoto da non meritare attenzione: avrei perso Annalivia e Francesco, e loro avrebbero perso me, e le nostre vite, ora così intrecciate, si sarebbero smarrite a vicenda, io sprofondata chissà dove e loro a combattere battaglie per le quali non li avrei potuti aiutare. Mi sembrò di essere risucchiata via come da un gorgo, in una sensazione di puro panico: incredula e terrorizzata.

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