Gli Stati Generali, il giornalismo e gli esperimenti di una prof curiosa

Gli Stati Generali, il giornalismo e gli esperimenti di una prof curiosa

social-media-419944_640Dopo essere stata inghiottita (per tanto, troppo tempo) da Facebook e dalle sue dinamiche drogate, ho pensato che bisognava uscire dall’incantesimo. Ricominciare ad argomentare in uno spazio più ampio e flessibile di un post in bacheca, ragionare invece di buttar lì una battuta veloce e via, costruire riflessioni condivise e documentate.

È faticoso. Scrivere un post, anche breve, mi richiede tempo, attenzione, concentrazione. C’è dietro, sempre, un lavoro di verifica e controllo. A un certo punto ho creduto che i ritmi veloci del web così come ora si è sviluppato (condividi, twitta, ritwitta, metti un like, commenta random etc etc) ormai non si adattassero più a una cosa vecchiotta e démodé come il blog. Stare sul pezzo, sempre. E la vita scorre veloce fra uno scatto di Instagram, un messaggio su Whatsapp, un “mi piace” su Facebook, un hashtag su Twitter.

Ma siamo sicuri che vada bene così? Certo, è più facile assecondare l’onda: è anche più divertente, diciamolo. Sebbene talvolta gli inevitabili flame nei quali ti trovi invischiato sciupino il divertimento. E poi la gente commenta, commenta i commenti, sta sempre con il cellulare in mano senza guardare mai a destra e a sinistra: c’è un mondo intorno, ma chi se ne frega? ce n’è un altro,  apparentemente più vasto a portata di clic. Stare dietro a tutti è estenuante. Altro che blog.

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Facebook non è il nemico: studenti, professori e l’ipocrisia digitale.

Facebook non è il nemico: studenti, professori e l’ipocrisia digitale.

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Accanto all’ingenuità digitale, l’altro atteggiamento che davvero irrita è l’ipocrisia digitale: quella di chi … «signora mia, che tempi!» e giù, bordate di critiche contro la Rete sentina di ogni male, luogo malfamato da non frequentare,  popolato di bulli, malintenzionati, imbroglioni, pedofili, sciacalli, narcisisti, imbonitori etc etc. E il peggio del peggio, naturalmente, gli oscuri bassifondi dove è pericolosissimo avventurarsi, il cui accesso dovrebbe essere proibito a giovani e giovanissimi, sono i social network, Facebook in primo luogo.

Tutto questo, ovviamente, ribadito, ripetuto e proclamato dai profili social di queste anime candide, a dispetto della contraddizione evidente.

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A proposito dell’ultimo caso di cronaca che sta dividendo l’opinione pubblica della mia città, Piombino …

A proposito dell’ultimo caso di cronaca che sta dividendo l’opinione pubblica della mia città, Piombino …

latte_in_polvere… ovvero la cosiddetta “Retata dei Pediatri” che ha coinvolto anche un noto professionista piombinese.  Il caso sta suscitando reazioni vivacissime sul social network, non di rado al limite della violenza verbale. Evidentemente la gente si sente toccata nel profondo: si parla di bambini, si parla di maternità, si parla di fiducia tradita, si parla di salute. I commenti si sprecano. I toni si esasperano.

Sia detto subito: non parlerò del caso specifico se non nella parte introduttiva del post, visto che il mio ragionamento mira ad altro. Quindi, se vi aspettate l’ennesimo esternazione pro o contro i medici, pro o contro l’allattamento artificiale, pro o contro la stampa, smettete subito i leggere e andate altrove.

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I boccaloni del web

Chiedo scusa preventivamente se qualcuno potrà sentirsi offeso da quanto sto per scrivere. Premessa doverosa: in ognuno di noi alberga una certa dose di ingenuità, e la Rete è insidiosa. Quindi è capitato a tutti, prima o poi, di credere a qualche bufala o simili. Consideriamo con indulgenza il Calandrino che talvolta ci possiede. Ma cerchiamo, comunque, di tenerlo a bada.

Facciamola breve. Mi sono sempre chiesta: “ma chi sono gli stupidi che abboccano ai messaggi ammicanti di giovani esotiche su facebook? Quelli del tipo: “Hi, tuo profilo bello, tu simpatico contatta me in privato,  mia mail è …” Insomma, ci siamo capiti.  Il meccanismo si chiama “scam“, è piuttosto antico e ha diverse varianti, da quelle in versione catena di montaggio a tentativi più artigianali.

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Strategia di sopravvivenza a Facebook

Strategia di sopravvivenza a Facebook

Io sono una persona molto, molto pigra. E, diciamola tutta, durante il giorno ho spesso di meglio da fare che organizzare, implementare, aggiornare ripulire i miei vari account social (facebook, twitter etc etc): spesso mi ritrovo occupata in cose più serie tipo “costruir su macerie e mantenermi viva”, tanto per citare.  Il punto è che alla fine, proprio come in una casa dove non si fanno giornalmente le pulizie (e si continuano ad accumulare oggetti e disordine), la situazione diventa ingestibile e la tentazione di azzerare tutto è irresistibile. Qualche giorno fa, lo ammetto, stavo per cancellare l’account. Addio! Pace ritrovata, finalmente. Solo che questa soluzione  sarebbe stato come cercare di fare le pulizie in casa con il lanciafiamme: probabilmente esagerata, via.

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Predicatori e moralizzatori via Facebook, vi prego, #statesereni.

2836 “amici” (virgolette doverose, perché è chiaro che l’uso del termine “amicizia” in questo contesto è specifico) su facebook, di età e condizione differenti, provenienti dai luoghi più disparati, sono molti.

Mi permettono di prendere atto di quanto possano diversi (ma a volte sorprendentemente simili) gli usi del social network. Devo dire che in particolare mi colpiscono due tipologie di aggiornamenti: quelli “moralizzatori”, che pretendono di dettare agli altri il modo di adoperare facebook (e che ne criticano le “derive”, la degenerazione, l’uso supposto improprio etc) e quelli “furibondi”, che pubblicizzano liti, ritorsioni, incazzature varie maturate nell’ambiente “social”, chiamando implicitamente alle armi i propri contatti per strane crociate evocate non di rado in modo misterioso ed ellittico. Spesso critica e spirito di crociata vanno a braccetto sulle medesime bacheche: e non è un caso, secondo me.

Dando per scontato che ognuno sia libero di usare il proprio spazio come più gli aggrada (sarei in contraddizione, altrimenti), ovviamente nei limiti e nel rispetto delle leggi, vorrei osservare un paio di cose: chi può stabilire che cosa vada o non vada pubblicato, vada o non vada scritto? se facebook possa essere utilizzato per cose serissime o se sia solo luogo di cazzeggio fine a se stesso? Se la visione o la lettura di qualcosa disturba, ci sono mille modi per evitarle: nascondere selettivamente gli aggiornamenti, cancellare determinati contatti, addirittura bloccarli.  Cavoli, ognuno di noi ha il potere, con la televisione, di fare zapping compulsivo, spegnere, accendere, preferire un dvd, andare a farsi un giro: con il social network, praticamente, è lo stesso. Che ognuno si faccia il proprio palinsesto e non rompa le scatole agli altri.

La condivisione, poi, può essere calibrata: posso decidere di rendere visibile tutto a tutti (la mia bacheca, per esempio, è volutamente aperta) oppure valutare, caso per caso, cosa mostrare e a chi. In ogni caso, bisognerebbe essere consapevoli che il social è una casa di vetro: il palco dal quale pontifichiamo è ospitato nelle nostre tranquille camerette e nei nostri privatissimi salotti, ma è visibile comunque quanto e più se parlassimo con il megafono in una strada affollata.

Ma forse questo lo sappiamo tutti benissimo, magari confusamente. Non si spiegherebbe altrimenti la tentazione della “predica al mondo”, nella quale moltissimi (inclusa la sottoscritta, sia chiaro) cadono: finalmente ci pare di avere il modo di uscire dalla nostra insignificanza, di avere un pubblico che ci ascolti, di conquistare a colpi di “mi piace” il riconoscimento che sentiamo di meritare e che altrove ci viene negato. E’ una pia illusione, naturalmente, visto che umori e malumori, pensose denunce e apocalittiche profezie cadono indistintamente nel rumoroso calderone della home di facebook, si confondono fra lolcats, meme, citazioni poco attendibili, post sponsorizzati, test di personalità parascientifici e oroscopi vari.

Verrebbe da dire: restiamo tranquilli. Svuotiamo le tasche dal peso delle nostre verità (che poi davvero nostre non sono, non più di tanto) e andiamo più leggeri all’appuntamento quotidiano con la varia umanità che popola la Rete. Siamo liberi di seguire i percorsi che più ci incuriosiscono, lasciamo gli altri liberi di fare altrettanto. Disponiamoci all’ascolto, piuttosto che alla reazione immediata e irriflessa a qualunque stimolo o provocazione ci arrivi dallo schermo. Prima di premere il fatale tasto “invio”, tratteniamo un istante la mano e chiediamoci: “c’è bisogno anche di questo? di questo commento, di questo stato, di questo ennesimo contributo alla generale chiacchiera e all’inconcludenza della ciarla social?“.

Non è questione di contenuto, sia chiaro: è, piuttosto, questione di tono. Il problema non è l’espressione del proprio punto di vista,  ci mancherebbe, ma lo stile perentorio, il convincimento di possedere il verbo, la mancanza di ironia e di autoironia, l’attaccamento irriflesso al proprio pregiudizio.  E, non di rado, il cattivo rapporto con la lingua italiana, che alimenta equivoci, malintesi e risentimenti, da parte sia di chi scrive sia di chi legge (perché a volte si scrive male, ma si legge peggio).

Via, su: stiamo tranquilli. Ci sono modi più produttivi di passare il tempo: una passeggiata al sole, una bevuta in compagnia, la lettura di un buon libro, la visione di un film. Volendo, anche la rivoluzione è un’alternativa:  ma non quella da tastiera, beninteso.