La meravigliosa cultura dei quiz

Leggo questo gustoso articolo di Francesco Merlo sull’insensatezza dei quiz che vengono proposti durante l’esame di teoria per il conseguimento della patente di guida.

Quando mi sono trovata a definire la natura dei test Invalsi che vengono imposti a scuola, o delle recenti prove per l’accesso al TFA (Tirocinio Formativo Attivo), destinato a formare e abilitare i nuovi (o seminuovi) docenti, o, ancora, dei test di cultura generale per l’iscrizione alle Facoltà a numero chiuso, più di una volta, tanto per il gusto di fare una battuta, l’ho paragonata a quella dei test per la patente. 

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Ma a che cosa servono esattamente le prove Invalsi?

Ma a che cosa servono esattamente le prove Invalsi?

Dichiarazione del sottosegretario all’Istruzione Elena Ugolini, a proposito delle prove Invalsi: ““Una prova nazionale che permetta di avere dei risultati comparabili, aiuta ogni singola scuola ad  avere un punto di paragone esterno per capire  i propri punti di forza e di debolezza e consente ai ragazzi di confrontarsi con i loro coetanei a livello nazionale. Questa valutazione non sostituisce quella formativa, interna, che spetta solo ai docenti  nel loro lavoro quotidiano, ma permette di uscire da un ‘autoreferenzialità’ che sicuramente non aiuta la scuola a diventare quell’ ascensore sociale capace di mettere a frutto i talenti e, agli studenti, di acquisire gli strumenti per proseguire con successo gli studi”.

A me (e non solo a me, in realtà) pare un’affermazione profondamente contraddittoria: se la valutazione è inerente al sistema (e non all’alunno), allora perché inserirla fra le prove di esame e conferirle un peso determinante nell’attribuzione del voto finale? Non si scaricano in questo modo le carenze strutturali sulle spalle del singolo allievo? E alla fine, chi riesce comunque ad ottenere una valutazione alta nel test in un contesto sfavorevole lo fa per merito suo (ah il merito!) o perché gode di condizioni di partenza migliori, a prescindere dalla scuola? Alla faccia dell’ascensore sociale.

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Bocciati!

Intervengo con un minimo ritardo sulla questione delle bocciature dei ragazzini in prima elementare, questione che ha suscitato una serie di polemiche in generale piuttosto astratte e, come spesso accade, ispirate ai massimi principi, con Don Milani tirato da una parte e dall’altra (ah la scuola di Don Milani, che schifo! ah la scuola di Don Milani, che meraviglioso esempio di lungimiranza educativa!), senza che, naturalmente, di Don MIlani si sappia qualcosa davvero se non per sentito dire: potenza dei luoghi comuni.

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Il professore stanco

Sono sei mesi che ho lasciato (momentaneamente) l’insegnamento attivo e l’effetto è stato simile a quello che si ottiene smettendo di fumare: com’è noto, si dice che l’astinenza dalla nicotina migliora in tempi brevi la performance fisica e intellettuale. Per quanto mi riguarda, l’allontanarmi per fare altro da quel monumento di chiacchiere inconcludenti e dannose che opprime ormai da decenni la scuola italiana, ha avuto indubbiamente il benefico effetto di snebbiarmi il cervello. Un professore che non continua a studiare, è un professore a metà. Un professore che, pur desiderandolo, non può studiare, perché da insegnante è stato forzatamente trasformato in un ibrido, un ircocervo, un patetico incrocio fra un intrattenitore, un assistente sociale, un terapeuta della famiglia, un burocrate, non può non essere frustrato.

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Bookmarks for marzo 29th. La crisi dell’Università

These are my links for marzo 29th

  • Universita’: rettore Sant’Anna, inaccettabili dottorandi senza borsa – “Occorre fare chiarezza sulla questione dottorandi senza borsa, sono posizioni che apparentemente offrono una opportunita’ ma che in realta’ impongono un lavoro senza compenso e senza speranza per tre anni della vita di una persona, non si deve lavorare gratis all’università” (Maria Chiara Carrozza, rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa).
    Io sono una dottoranda non più giovane che sa da dove viene e dove è destinata a tornare (la scuola) ma di storture, in questo sistema, ne vedo molte. La scarsa attenzione destinata alla ricerca e alla formazione universitaria è senza dubbio sintomo di una miopia grave che non favorirà certo il rilancio del paese.
  • RICERCA: DA MINISTRO PROFUMO DECISIONE CONTRO IL MERITO E A FAVORE DEI BARONI – Le scelte contraddittorie di chi solo a parole garantisce merito e competizione.
  • All’università il precariato è strutturale la ricerca senza borsa e senza futuro – Repubblica.it – Scarsa o nulla attenzione alla ricerca: un modo chiaro di depotenziare l’Università, di renderla mediocre, non competitiva a livello internazionale. E di deprimere ulteriormente il merito e le prospettive dei giovani.
  • Università: la riforma che dimentica il sud | iMille – Davvero questo Governo pensa al futuro (se il futuro passa anche dal miglioramento del sistema formativo pubblico, dagli incentivi alla ricerca, dalla valorizzazione del merito indipendentemente da criteri di altro genere)?