Scuola e democrazia

Scuola e democrazia

Nè voglio sia riputata presunzione, se uno uomo di basso ed infimo stato ardisce discorrere e regolare i governi de’ Principi; perché  così come coloro che disegnano i paesi, si pongono bassi nel piano a considerare la natura de’ monti e de’ luoghi alti, e per considerare quella de’ bassi si pongono alti sopra i monti; similmente, a cognoscer bene la natura de’ popoli bisogna esser Principe, ed a cognoscer bene quella de’ Principi conviene essere popolare.

Sono parole di Machiavelli, tratte dalla dedica del suo capolavoro, il Principe, a Lorenzo de’ Medici, duca di Urbino. Certo. si trattava di una professione di umiltà imbevuta di retorica: Machiavelli era caduto in disgrazia ma la sua esperienza delle vicende politiche e diplomatiche contemporanee, dato il ruolo ufficiale che aveva rivestito a Firenze,  era stata in larga misura diretta, e non certo quella di di un «uomo di basso ed infimo stato». Eppure le sue affermazioni contengono un’ elementare verità: se è vero che il potere ha ogni strumento per conoscere e manipolare la natura dei popoli,  gli effetti del potere sono ben noti soprattutto a chi li subisce. Ma quando il potere è miope e il popolo è accecato dalla rabbia e dall’ignoranza, i risultati non sono mai buoni.

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Brexit, la democrazia e il potere dei senza potere

Ma quanto saranno brutti, sporchi, cattivi, vecchi, ignoranti e poveri quegli inglesi che, in maggioranza, hanno votato per la Brexit! E quanti commentatori intelligenti, acuti, illuminati e debitamente indignati hanno popolato in queste ore le strade del social network, deprecando i risultati del referendum britannico e levando alti lai sul cupo destino  riservato all’Europa per colpa di questa improvvida scelta? Perché lo sappiamo. La democrazia va bene solo quando il voto del popolaccio ignorante ci dà ragione. Ma se le cose vanno storte,  forse dovremmo ripensarla, dati i risultati, togliendo il diritto di voto nell’ordine a:

  1. i vecchi;
  2. i poveri;
  3. gli ignoranti
  4. e comunque a tutti quelli che non la pensano come noi. 

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La mamma di Baltimora, il blocco nero, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto

Ok, abbiamo visto tutti il video di Toya Graham, la madre “santificata” da moltissimi (eh, si sa, la mamma è sempre la mamma) perché ha preso a mazzate il figlio in diretta tv. Non voleva che diventasse un altro Freddie Gray, il ragazzo morto per mano della polizia (sei agenti incriminati). Comprensibile il suo gesto, comprensibile anche l’ammirazione superficiale di tanti. Ma bisognerebbe avere il quadro completo della situazione.

Intanto dovremmo chiederci chi fosse questo Freddie Gray e per quale motivo è morto (si chiama “tortura del furgone”, per chi non lo sapesse: si vede che la fantasia dei boia non conosce freni). Che poi  la sua morte è stata la ragione dei disordini. Ma dubito che i tanti commentatori nostrani lo sappiano.

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Consapevolezza digitale, una questione politica.

Consapevolezza digitale, una questione politica.

Credo fermamente che una delle questioni politiche cruciali, nel nostro tempo, sia l’esigenza di una sempre più diffusa consapevolezza digitale.  La consapevolezza digitale è qualcosa di affine alla competenza digitale, una delle competenza chiave per l’apprendimento permanente raccomandate dagli organismi Europei, ma non è ad essa esattamente sovrapponibile. Ha a che fare con lo spirito critico, con la capacità di reperire informazioni, con le abilità comunicative ma, in un certo senso, va oltre. Si intreccia con quella che danah boyd chiama alfabetizzazione algoritmica di base

Un algoritmo non è un incantesimo, e i risultati, più o meno filtrati, delle nostre ricerche su Google non sono frutto di magia. Bisognerebbe  interrogarci su  come funzionano certi meccanismi. Ora che più o meno tutti siamo stati fagocitati dai social network, per esempio Facebook e/o Twitter,  ma non solo, dovremmo cominciare a chiederci: perché siamo in Rete? che cosa condividiamo, esattamente? quando andiamo a caccia di informazioni su Google, che cosa troviamo, davvero? In altre parole: fino a che punto la nostra libertà (di essere, di conoscere, di interagire con chi ci pare) è manipolata per scopi che, per lo più,  ci sfuggono? 

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Il potere e i professori. La “Buona” Scuola di Renzi e quella di chi non ci crede.

Il potere e i professori. La “Buona” Scuola di Renzi e quella di chi non ci crede.

miur2Oggi chiude la megagalattica (?) consultazione renziana sulla scuola. Ho già espresso il dubbio, condiviso da molti, anche insospettabili (si veda, seguendo il link, l’interrogazione parlamentare presentata dalla responsabile scuola di Forza Italia), che si tratti di una grande manovra propagandistica nemmeno troppo riuscita: basta fare due conti, confrontare i numeri e fermarsi un attimo a ragionare superando l’effetto ipnotico dei roboanti slogan governativi.

Premesso questo, invito tutti a leggere l’ottimo resoconto di Marina Boscaino su quanto è accaduto ieri di fronte al MIUR.

Alle 3 del pomeriggio docenti – Cobas e Autoconvocati – si sono ritrovati insieme agli studenti davanti alMiur. Oggi, 15 novembre, è il giorno della chiusura della “consultazione” sul Piano Scuola di Renzi-Giannini. Gli Autoconvocati hanno portato con sé delibere e mozioni, per poterle presentare, in delegazione, al ministro o ad un funzionario. L’autenticità della volontà di “ascolto” del Governo è stata subito chiara: 4 file di guardie di Finanza e Carabinieri, in tenuta antisommossa – caschi e scudi, 2 camionette ad ingombrare le rampe di accesso, elicotteri che sorvolavano l’area – hanno impedito l’ingresso al Miur: facendo cordone e pressandoci verso le scale. Impassibili molti, più disorientati quelli cui abbiamo chiesto: ma ce l’hai un figlio a scuola? Nessuno di noi ha spinto, nessuno ha pressato. Siamo stati ricacciati, come pericolosi sovversivi, verso le scale: chiedevamo solo di essere ascoltati, di presentare i nostri documenti. Un trattamento al quale tutte le forze sociali che vogliano democraticamente partecipare al processo decisionale, esprimendo liberamente la propria opinione, devono evidentemente adattarsi. Ma oggi è stata particolarmente dura: perché si è concretizzata (attraverso la blindatura e una inequivocabile maniera di dire “no” al dialogo) l’idea di tutto ciò che stiamo dilapidando assieme alle nostre energie: democrazia, principi, senso oltre le parole. Questo l’”ascolto” del governo Renzi.

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Le immagini (reperite su facebook e ringrazio chi le ha volute condividere in Rete) testimoniano il paradosso più di molte parole. Da una parte docenti, che hanno raccolto ed elaborato materiale per una proposta alternativa a quella del governo, presentata da tempo in Parlamento secondo le regole del confronto del democratico (la LIP, Legge di Iniziativa Popolare: se non sapete che cos’è, com’è nata e come si è sviluppata, vi invito a visitarne il sito); dall’altra l’apparato del potere, cupamente schierato a difesa di una consultazione farlocca, pensata per interessi biecamente propagandistici, così da giustificare un’iniziativa di riforma (o di controriforma, l’ennesima) in realtà indiscutibile e prepotentemente imposta per ragioni che con la scuola, la cultura, il merito, l’innnovazione e bla bla bla, non hanno niente a che fare. Questo è Renzi, questo è il rinnovatore: in realtà espressione di una logica di manipolazione del consenso che più retriva non si può (“vi incanto a parole e, se non ci cascate, passo alle vie di fatto e vi meno  – o minaccio di menarvi“).

In queste reazioni sopra le righe del renzismo (che si appaiano alla tracotanza di molti adepti “dal basso” del nuovo verbo, capaci solo di condividere le parole d’ordine del capo contro chiunque faccia sentire la propria critica),  a parte una certa difficoltà a mantenere nervi saldi e comunicazione efficace (Renzi ha potuto fregiarsi del titolo di “grande comunicatore” solo perché siamo in Italia e tendiamo ad accontentarci), si coglie il malcelato timore che lo scontro sociale possa inasprirsi e incattivirsi. La situazione è quella che è, la crisi morde duro, la minaccia di impoverimento individuale e collettivo fa paura. Per parafrasare lo slogan della Leopolda, “il futuro è solo l’inizio”, certo, ma nessuno, nemmeno Renzi, sa dire esattamente di che cosa: quando lo iato fra promesse mirabolanti e un’immiserita realtà precaria  è troppo profondo, la tentazione della rivolta si fa fortissima. Le chiacchiere, com’è noto, non sono commestibili. E allora è facile, per chi non riesca a giustificare altrimenti la propria posizione di potere, quando le promesse e le lusinghe non sono più sufficienti, ricorrere alla forza per soffocare ogni voce discordante.

Fosse anche la voce inerme di qualche professore  che non sopporta di essere preso in giro per l’ennesima volta.

 

 

 

Questione di numeri (e di metodo) – qualche dubbio sulla megaconsultazione renziana a proposito di scuola.

Gli studenti italiani sono in totale 7.881.632. I docenti 721.590. 50 milioni, più o meno, gli Italiani con diritto di voto.

Secondo la newsletter de “La Buona Scuola”, «oltre un milione di persone hanno già avuto accesso al sito, oltre centomila hanno partecipato online. Il mondo della scuola è già stato particolarmente attivo, in particolare attraverso gli oltre 1.200 dibattiti sul territorio promossi da docenti, dirigenti scolastici, studenti, genitori, personale della scuola, associazioni, cittadini». Visti i numeri  riportati ad inizio di post, centomila persone attive sul sito a partire dal 3 settembre fino ad oggi non mi sembrano granché (come il milione di accessi: io ho effettuato diversi accessi, per completare il questionario, ma sono una persona sola, per esempio). Per quanto riguarda i dibattiti, ovviamente andrebbe verificata la partecipazione caso per caso (un dibattito con dieci persone presenti è diverso da uno che può vantare qualche centinaio di spettatori): quindi non mi esprimo, ma i dubbi sono molti. Qualcuno dirà: è un inizio, la volontà di coinvolgere e discutere, un punto di svolta. Non sono poi così sicura che sia davvero così.

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