Dinosauri

Non moltissimo tempo fa, scrivevo quotidianamente sul blog, frequentavo con costanza le mie reti amicali sui vari social network e mi sforzavo di rimanere aggiornata  sulle ultime novità proposte da Internet. Premessa doverosa per sottolineare che credo di sapere di che cosa sto parlando. Attualmente mantengo le mie connessioni ma la mia partecipazione attiva e il mio livello di condivisione si sono ridotti di molto. Vi dirò: il Web, per come sta diventando, mi annoia. L’impressione è quella di frequentare una sorta di smisurato centro commerciale, omologato e conformista, dove sta diventando, almeno per me, sempre più difficile seguire le tracce di quello che davvero mi interessa: l’informazione divergente, il contenuto inatteso, la critica motivata, l’approfondimento pertinente. Ovvero tutto ciò che negli anni aveva reso per me insostituibile e preziosa la frequentazione della Rete. 

Non è un caso che uno degli ultimi contenuti da me pubblicati sul blog avesse a che fare “la bolla di Internet”, ovvero quel meccanismo sempre più pervasivo di personalizzazione dei servizi in chiave pubblicitaria e ideologica che ci fa trovare in Rete solo quello che “vogliamo” (o crediamo di volere) trovare, incoraggiando i nostri pregiudizi e, al tempo stesso, tracciando gusti e idiosincrasie per venderli al miglior offerente: insomma una potentissima spinta all’omologazione, un processo velocissimo di trasformazione del “cittadino digitale” in consumatore e utente passivo di contenuti preconfezionati.

La faccenda mi preoccupa. E’ ovvio che bisogna, in qualche modo, restare “dentro” al meccanismo per tentare, se possibile, di correggerlo. Ma gli spazi di azione sono sempre più ridotti: perché l’insostenibile rumore di fondo offusca le percezione critica. Detto i soldoni: l’infinita marea di cazzate che popola la Rete, l'”idiozia collettiva” che si propaga viralmente da un nodo all’altro, opportunamente manovrata da ciniche strategie di marketing, soffoca la generosa utopia che aveva animato, in anni passati, la sperimentazione di nuovi modi di comunicazione e condivisione.

Facebook, Twitter e simili hanno dato un bel contributo a questa regressione. L’utente medio della Rete, nativo o immigrato digitale non importa, non ha in genere la più pallida idea di quello che succede alle sue spalle. La possibilità di pubblicare qualsiasi cosa gli salti in mente sulla sua pagina Facebook illude il suo narcisismo e gli fa credere di aver finalmente conquistato una seppur minima percentuale di protagonismo. Se è vero che i confini fra pubblico e privato si sono erosi, è altrettanto evidente che questa erosione ha finito per omologare la dimensione individuale: le foto si somigliano tutte, le battute, l’indignazione, persino le manifestazioni di privatissima gioia o dolore sono desolatamente simili. Che barba, che noia, che noia, che barba. Aggiungiamo la diffusione delle app. e il fatto che la navigazione, sempre più, si svolge (e si svolgerà) attraverso tablet e smartphone, in ambienti protetti e “walled garden”. Non sapete di che cosa sto parlando? Seguite il link: sempre che ne abbiate voglia, perché in definitiva, la dimensione reticolare, ipertestuale e ipermediale, delle informazioni condivise su Internet, così di moda fino a qualche tempo fa, è quella che sta entrando in crisi.

Da insegnante, momentaneamente prestata alla ricerca, trovo la faccenda intrigante e spaventosa allo stesso tempo. Perché, al solito, in Italia arriviamo sempre un pochino dopo: e mentre negli Stati Uniti si riflette sulle criticità del modello educativo centrato sul web (prova ne è l’ottimo saggio “Insieme ma soli” di Sherry Turkle – che non è esattamente un’apocalittica ma una che ha sperimentato in vario modo le interazioni in Rete), qua si continua a sciacquarsi la bocca con la retorica dei “nativi digitali” che, per scienza infusa, come si diceva una volta, dovrebbero insegnare a stare al mondo a noialtri poveri dinosauri (vedi la recente conferenza nazionale del PD appunto sui nativi digitali). Tutto questo evitando di porsi un paio di domande fondamentali: sulla natura  ideologica di questo ossessivo mantra tecnologico che nasconde la trasformazione di Internet nel campo di battaglia per interessi economici per niente trasparenti; sui contenuti che dovrebbero essere veicolati dagli strumenti digitali e sull’eventuale perdita di complessità che i suddetti contenuti subirebbero quando filtrati da applicazioni e strumenti di condivisione studiati e manipolati per altri scopi (dubito che Kant avrebbe scritto la Critica della Ragion Pura su Twitter – ma può darsi che oggi la storia della filosofia non sia più così trendy e che valga la pena di sacrificarla sull’altare del multitasking: a me dispiace, ma forse non sono molti a condividere il mio dispiacere).

 

 

 

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