Incidenti comunicativi. O forse no.

Ma pensate davvero che Fornero non sappia quello che dice? Che le sue esternazioni siano solo gaffes comunicative, deprecabili incidenti di un ministro “tecnico” non completamente a suo agio nel ruolo nonostante tutto “politico” che si trova a recitare e ancora incapace di padroneggiarne adeguatamente la retorica?

L’ultima uscita del ministro riguarda, com’è noto, il fatto che i giovani non possono permettersi di essere troppo “choosy” (schizzinosi) quando si tratta di accedere al difficile mondo del lavoro. L’affermazione, che ha immediatamente acceso l’onda lunga della polemica (una polemica che ha indotto Fornero ad una mezza marcia indietro, tattica alla quale da tempo siamo abituati), in effetti si accorda perfettamente all’altra verità enunciata un po’ di tempo fa dal medesimo Ministro: “Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato. Anche attraverso il sacrificio”.

In realtà, per ogni giovane o genitore di giovane che si siano sentiti in qualche modo urtati, c’è almeno un altro italiano che in fondo dà ragione al Ministro. Il punto è che nei luoghi in cui si svolge il dibattito, in Rete e altrove, non si fronteggiano punti di vista argomentati  sulla base di dati precisi, ma pregiudizi rafforzati da singole esperienze individuali, senza un vero valore statistico. Su questi pregiudizi la comunicazione politica costruisce la “realtà”. E da questa ricostruzione pretestuosa nasce, fatalmente, la demagogia: anche la demagogia di un ministro che, avendo studiato accademicamente la questione, può  vantare una presunta competenza “tecnica”, tuttavia tralasciando opportunamente  il fatto che, in campo economico e sociale, la tecnica è comunque orientata politicamente.

Permettetemi una digressione. Si è riacceso in Rete, qualche giorno fa, il dibattito sullo spot norvegese che descrive i giovani italiani come mammoni impenitenti e viziati. Anche in questo caso, a coloro che si sentivano offesi dall’esibizione sfacciata dei peggiori stereotipi che circolano sul carattere nazionale, rispondevano quanti vantavano fra le loro conoscenze personali uno o più casi di bamboccioni viziati e pervicacemente attaccati alle gonnelle di mammà. Così come, oggi, dopo le parole di Fornero, non mancano quanti, nei vari commenti e interventi sui forum o su Facebook, raccontano magari del figlio del loro vicino di casa che preferisce lamentarsi  (o sognare un futuro da velina o tronista)  piuttosto che rimboccarsi le maniche.

E’ su questo buon senso spicciolo e scarsamente informato che evidentemente si fa leva. E’ un meccanismo che conosciamo bene e di cui si possono citare numerosi casi. Si batte e si ribatte mediaticamente sugli spregevoli casi di “falsi invalidi”: e alla fine, dopo aver adeguatamente addomesticato l’opinione pubblica, si tagliano assegni e servizi sociali anche agli invalidi veri che, naturalmente, sono la maggioranza. Fidando sul fatto che a ciascuno è capitato almeno una volta di sentire qualche chiacchiera  su un insegnante pigro, impreparato e nullafacente, si gioca sulla generalizzazione (i docenti tutti lavorano poco e hanno un mucchio di ferie)  e si propongono impensabili aggravi di lavoro anche per quanti (e sono molti) compiono con fatica e difficoltà il loro dovere. Si enfatizzano i fatti di malasanità e poi si procede alla privatizzazione strisciante del sistema sanitario, sottraendo risorse vitali al settore pubblico. E infine, per tornare al caso in questione,  si suggerisce implicitamente un’immagine tipo del giovincello viziato, immaturo e inconcludente che pensa di essersi conquistato chissà quali diritti conseguendo il famigerato “pezzo di carta” (che, essendo fornito da un’istituzione scolastica ampiamente squalificata – vedi sopra –  non vale per definizione un’emerita cippa), esortando i giovani tutti all’umiltà e al ridimensionamento delle loro pretese (ovvero, nella maggior parte dei casi, il desiderio di avere un lavoro sicuro e dignitoso).

Che cosa, tuttavia, non funziona più in questo schema? Il fatto che la realtà prima o poi fa valere i suoi diritti sulle varie narrazioni, anche su quelle che ci vengono propinate da un governo cosiddetto “tecnico”. Ad esempio, non è che si possa liquidare il crescente fenomeno dei cosiddetti “Neet” (not in employment, education or training, giovani che né studiano né lavorano) solo in termini di riprovazione moralistica rispetto a criticabili scelte individuali, come dimostra il recente rapporto Eurofound (dove troverete  dati, provenienti da una fonte non sospetta, e non chiacchiere sul figliolo vagabondo della casalinga vicina di pianerottolo). La crisi economica logora le risorse delle famiglie, anche quelle destinate a proteggere e garantire il futuro dei nostri figli: e questo è un fatto che quanti, come la sottoscritta, appartengono al tartassato, angosciato e impoverito “ceto medio”, sperimentano direttamente sulla loro pelle, non per sentito dire.

E qui occorre un’ulteriore precisazione. Prendiamo come esempio il caso, appunto, della figlia di Elsa Fornero, Silvia Deaglio, la cui brillante carriera ha suscitato più di un’ironia. E’ vero che il suo curriculum è di tutto rispetto e che di certo non avrà goduto di volgari raccomandazioni per la sua folgorante e precoce ascesa accademica. Ma al tempo stesso è inevitabile chiedersi: un ingegno altrettanto brillante ma privo del capitale culturale e sociale, per dirla con Pierre Bourdieu, di cui Silvia Deaglio ha potuto giovarsi per appartenenza di classe, frequentazioni familiari, opportunità di incontri e di relazioni, avrebbe mai ottenuto altrettanto successo e comunque con la medesima facilità? Ecco che dietro a questa domanda si nasconde una trappola ulteriore: a dispetto dei proclami ideologici e dei facili luoghi comuni: la nostra è una società immobile, che tende a riprodurre le disparità sociali, spesso oscurandole, in certi casi addirittura ignorandole e giustificandole con risibili interpretazioni insopportabilmente pedagogiche e moralistiche. Come nel caso delle parole di Elsa Fornero che, tanto per rispondere alla domanda con la quale apro il post, sa perfettamente quello che dice e perché lo dice. E non mi venite a dire che in fondo le origini della stessa Fornero sono umili: perché le origini si dimenticano e comunque la situazione oggi è quella che è, e le residue speranze di affermazione per chi non ha santi in Paradiso, come si dice, si sono drammaticamente assottigliate.

Concludo con una domanda retorica. Fra un figlio di operaio o di un impiegato e il rampollo di un professionista affermato, ambedue laureati brillantemente, secondo voi chi sarà costretto dalle circostanze attuali a non essere troppo “choosy”? 

 

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