Inquilini

Ho perso una battaglia, a motivo del mio buon cuore, chissà se vincerò mai la guerra.

Per tutto il tempo (venti anni) durante il quale ho abitato nella mia precedente abitazione, ho avuto modo di farmi una cultura sulle abitudini dei gabbiani (alcune assai disgustose, alla faccia di Richard Bach),  nonché sulla loro riproduzione e l’allevamento dei piccoli. Bastava trascorrere un mezzo pomeriggio sul terrazzo (quarto piano) e osservare quello che accadeva sui tetti delle abitazioni vicine. Interessante, non dico di no, se non fosse stato per il guano che i maledetti volatili avevano l’abitudine di abbandonare un po’ ovunque, panni stesi inclusi.

Nella mia nuova casa non ho terrazzi e, ingenuamente, pensavo di aver chiuso con questi forzati studi ornitologici. Ma qui impazzano le tortore. E una testarda famigliola di tortorelle ha deciso che il davanzale della mia finestra dovesse diventare casa loro. Ho trascorso un paio di settimane a distruggere il loro nido improvvisato, almeno tre o quattro volte al giorno. Niente da fare, ogni volta le tortorelle ritornavano e apprestavano un nuovo giaciglio di ramoscelli secchi.

Ora, so bene che le tortore sono uccellini graziosi, simbolo fra l’altro dell’amore coniugale, con un illustre pedegree letterario. Però lo sguardo fisso e vuoto degli uccelli mi inquieta (non sono la sola) e, fra l’altro, nella privata mitologia della mia famiglia qualsiasi volatile si lega a presagi nefasti (non starò a spiegare perché, ma sin dalla mia infanzia il possesso di canarini, pappagalli, merli indiani e simili è sempre stato rigorosamente tabù, visto che mia madre era fermamente persuasa che portassero disgrazia). Insomma, io quelle tortore non le volevo fra i piedi e, giusto ieri, mi sono munita di liquido repellente per volatili, assolutamente decisa a rendere il mio davanzale un luogo assolutamente inospitale per tortore, piccioni, gazze e qualsiasi altro tipo di pennuto.

Bene, stamattina ho impugnato la mia arma, ho aperto la finestra e ho scoperto … due uova! Non me la sono sentita di farne frittata. Ho chiuso e adesso, mentre scrivo, ogni tanto alzo lo sguardo a contemplare i due premurosi genitori che covano, ora singolarmente, ora insieme, la loro prole futura. Mi chiedo se dal loro punto di vista sia io la fastidiosa vicina di casa: comunque la pensino, hanno (per il momento) vinto. Non sfratto un’intera famiglia. Nel frattempo, in attesa della schiusa, mi improvviserò etologa. Però sia chiaro, appena i piccoli saranno in grado di volare, immagino fra un mese o due, devono sloggiare, sempre che non si manifesti, a mio danno, qualche perversa forma di imprinting.

Da “La Tortora e la Fenice” di William Shakespeare

Qui ha inizio l’antifona: l’amore e la costanza son morti; la fenice e la tortora son fuggite lontano, entro una mutua fiamma.

Tanto si amavano che i loro amori, tuttavia separati, facevan tutt’uno. Due creature distinte, senza che alcuna divisione fosse fra loro. Il numero era ucciso dall’amore.

Cuori divisi ma non disgiunti, si poteva vedere la distanza, non lo spazio, fra la tortora e il suo re: non fosse ch’era, per loro, cosa affatto naturale, sarebbe stato un prodigio.

L’amore raggiava in mezzo a loro a tal segno che la tortora vedeva quanto d’amore  l’era dovuto fiammeggiare nello sguardo della fenice: ciascuna era l’io dell’altra.

La logica era così smarrita per il fatto che l’identità non era equivalenza: con la loro natura, unica pur sotto un duplice nome, esse non contavano né per uno né per due.

La ragione, confusa da se stessa, vedeva l’unione nella loro divisione; assorbita l’una nell’altra, distinta l’una dall’altra, quelle creature si erano così bene assimilate,

che si chiedevano come il loro duo potesse formare un così armonioso assolo; così che l’amore ha ragione, mentre la ragione, che pur dovrebbe aver ragione, ha torto, dal momento che si vede una così bell’unione là dove dovrebbe esserci una divisione. 

 

 

Comments

Commenti

Questo post è stato letto 583 volte!

Taggato , , . Aggiungi ai preferiti : Permalink.