Una poesia alla settimana

Oggi è stata celebrata la Giornata Mondiale della Poesia, proclamata dall’Unesco. Per l’occasione Contaminazioni annuncia una sua nuova rubrica: ogni settimana pubblicherò una poesia d’autore, senza commento, senza inutili appesantimenti didattici. Semplicemente i versi dei poeti che amo, antichi o moderni, da condividere con gli amici. Perché leggere la poesia significa accettare uno sguardo diverso sul mondo, uno sguardo che potrebbe riservare delle sorprese.

Cominciamo con T.S Eliot.

La figlia che piange

O quam te memorem virgo …

Sosta al piano più alto della scala –
Cùrvati sopra un’urna del giardino –
Tessi, tessi la luce del sole nei tuoi capelli –
Stringi i tuoi fiori a te con penosa sorpresa
Gettali a terra e volgiti
con fuggitivo risentimento negli occhi:
ma tessi, tessi la luce del sole nei tuoi capelli.

Avrei voluto così che egli se ne andasse,
avrei voluto così vedere lei rimanere e piangere,
egli sarebbe partito così,
come l’anima lascia il suo corpo logorato e lacero,
come lo spirito lascia deserto il corpo prima usato.
Troverei
un modo incomparabilmente abile e lieve,
un modo che entrambi potremmo comprendere,
semplice e senza fede come un sorriso e una stretta di mano.

Ella si volse, ma con il tempo d’autunno
per molti giorni costrinse la mia immaginazione,
per molti giorni e per molte ore:
con i capelli sulle sue braccia e le sue braccia cariche di fiori
E mi domando come sarebbero stati insieme!
Avrei perduto un gesto ed un atteggiamento.
Talvolta questi pensieri meravigliano ancora
la mezzanotte turbata e la pace del meriggio.

Composta ad Harvard forse nel 1911, pubblicata la prima volta in “Poetry” (Chicago), VIII, 6 settembre 1916

(Traduzione di Roberto Sanesi (In T.S. Eliot, Poesie,  a cura di Roberto Sanesi, Mondadori 1971)

Testo originale:

Stand on the highest pavement of the stair—
Lean on a garden urn—
Weave, weave the sunlight in your hair—
Clasp your flowers to you with a pained surprise—
Fling them to the ground and turn        
With a fugitive resentment in your eyes:
But weave, weave the sunlight in your hair.

So I would have had him leave,
So I would have had her stand and grieve,
So he would have left        
As the soul leaves the body torn and bruised,
As the mind deserts the body it has used.
I should find
Some way incomparably light and deft,
Some way we both should understand,       
Simple and faithless as a smile and shake of the hand.

She turned away, but with the autumn weather
Compelled my imagination many days,
Many days and many hours:
Her hair over her arms and her arms full of flowers.       
And I wonder how they should have been together!
I should have lost a gesture and a pose.
Sometimes these cogitations still amaze
The troubled midnight and the noon’s repose.

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