Scrivere con lentezza e fregarsene dei social (o almeno provarci)

Tornare a scrivere fra gatti e libri

Scrivere, senza perché

Sento aria di primavera e, essendo meteoropatica, avverto che il mio umore sta sottilmente cambiando. Per esempio, ho voglia di ritornare a scrivere: soprattutto, a scrivere senza uno scopo, così, solo per il gusto di farlo, per il piacere di raccontare una storia, di condividere una passione, di comunicare una scoperta, di fare domande ed aspettare risposte.

Uno sguardo a quando ho cominciato (con un pizzico di consapevolezza in più)

Era un po’ lo spirito dei miei inizi di blogger. Sono andata a ripescare il primo post che scrissi su Contaminazioni, (febbraio 2003, quando ancora esisteva Splinder e Facebook non era nemmeno abbozzato) e, al netto dell’ ingenua ampollosità di una che ancora non sapeva maneggiare la scrittura in Rete, devo dire che ho invidiato quella remota me stessa che con incosciente entusiasmo scriveva:

Eppure, Internet … che formidabile strumento comunicativo… Che inesauribile serbatoio di informazioni… Che eccitante territorio di sperimentazione e contaminazione espressiva …Riflesso del mondo reale, e quindi terreno di battaglia e di conquista per chi ne vorrebbe spegnere le pericolose potenzialità liberatrici e demistificatrici, per chi lo vorrebbe trasformare in uno squallido sexi – shop formato globale o in un bazar di merci e desideri non naturali e non necessari sottomesso alla logica della persuasione occulta e della manipolazione di massa…

Ecco perché l’ho scelto come terreno per i miei esperimenti di ibridazione, contaminazione, combinazione. Strumento di viaggio, eserciziario di confronti e di sfide intellettive, scrigno di notizie, rete gettata non sul vuoto solipsistico di cybernauti frustrati ma sulla complessità inesauribile della realtà, aggancio fra la mia disordinata babelica biblioteca (alzo gli occhi e la vedo, come sempre polverosa e caotica) e le biblioteche, di carta e non solo, del resto del mondo.

Fregarsene degli algoritmi (almeno un po’)

Sono trascorsi quindici anni e, talvolta, i sogni degli algoritmi mi sembrano piuttosto incubi che incatenano le nostre vite a dinamiche del tutto opache e fuori controllo.

Scrivere oltre le manipolazioni degli algoritmi

Che cosa sognano gli algoritmi.

 

Per questo motivo sono momentaneamente uscita dalla grande babele feisbucchiana. Ho preferito, se è inevitabile che il mio profilo venga tracciato, calcolato, rivenduto e manipolato nel tritatutto dei big data,  far la parte della tonta, postare innocue immagini delle mie gatte su Instagram e distribuire pigramente like su Twitter a quelle condivisioni che mi paiono un po’ meno scontate, cercando peraltro di commentare pochissimo per non invischiarmi in flame insensati (perché Twitter, di fatto, funziona meglio come aggregatore di informazioni pertinenti, rispetto al Grande Fratello in Blu).

La lentezza della scrittura (e della lettura)

Eppure voglio credere che ancora le parole, certe parole, possano trovare la strada giusta per essere ascoltate, per incontrarsi, intrecciarsi, ibridarsi, contaminarsi con parole altre che, senza essere necessariamente in sintonia, tuttavia mantengano ancora un desiderio di reciprocità: sfuggire alla trappola consolatoria dell’omofilia (che ti fa chiudere nella bolla in tediosa compagnia di chi la pensa come te, ragiona come te, è uguale a te) e accettare la provocazione della diversità, senza azzannarsi alla gola, senza insulti e offensivi sarcasmi, senza la pretesa urlata della ragione ad ogni costo.

Per questo sto resuscitando il blog: una scrittura più distesa, meno isterica, che necessita di tempo per essere pensata e di tempo per essere letta,  che si tenga lontana dalla compulsione dell’aggiornamento di stato ad ogni costo e dell’ossessione del commento obbligato.

Scrivere sottovoce

Nel vecchio “Contaminazioni”, quello che stava su Splinder e si serviva di mezzucci artigianali per diffondere i post e guadagnare accessi, spesso per celia mi riferivo ai miei “25 lettori”di manzoniana memoria: oggi rischio, percorrendo la strada che mi propongo, di conquistarne giusto tre o quattro, se non addirittura di monologare in solitudine.

Pazienza, chi se ne frega. Quando tutti urlano, nessuno ascolta comunque. Io parlo piano piano, magari qualcuno avrà voglia di stare a sentire, magari qualcuno mi risponderà. E allora ne sarà valsa la pena.

(come si sarà notato, non mancheranno, espliciti o no, consigli di lettura: d’altra parte la mia “disordinata, babelica biblioteca” è ancora più disordinata, ancora più babelica). 

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