La cultura non vale un c****: ovvero la rivincita degli idraulici.

Mi si scusi il francesismo del titolo, appena attenuato dall’uso degli asterischi. Vi ricordate la vecchia frase di Tremonti “con la cultura non si mangia?” Le polemiche furono molte ma, se esaminiamo la realtà dei fatti, Tremonti aveva ragione. La svalutazione sistematica del lavoro intellettuale, in un contesto che monetizza tutto, conduce a questa amara conclusione: anche se ci sciacquiamo la bocca con l’idea meravigliosa di vivere nella “società della conoscenza“, in realtà, almeno in Italia, il sapere conta poco e, soprattutto, raramente ti consente di vivere dignitosamente (al massimo puoi sopravvivere), se non hai alle spalle beni di famiglia consistenti e sicuri.

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Oppure Vendola. Le parole di una giovane

Queste sono le parole con le quali una mia giovane concittadina, Simona,  ha introdotto l’intervento di Nichi Vendola a Piombino. Le posto stasera, vigilia di primarie. Sono semplici, chiare, senza fronzoli, senza effetti speciali, senza retorica: la testimonianza sincera di chi ha deciso di sostenere la candidatura di Nichi Vendola sulla base di un convincimento davvero sentito e di un’autentica esperienza di vita. Brava Simona. 

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Incidenti comunicativi. O forse no.

Ma pensate davvero che Fornero non sappia quello che dice? Che le sue esternazioni siano solo gaffes comunicative, deprecabili incidenti di un ministro “tecnico” non completamente a suo agio nel ruolo nonostante tutto “politico” che si trova a recitare e ancora incapace di padroneggiarne adeguatamente la retorica?

L’ultima uscita del ministro riguarda, com’è noto, il fatto che i giovani non possono permettersi di essere troppo “choosy” (schizzinosi) quando si tratta di accedere al difficile mondo del lavoro. L’affermazione, che ha immediatamente acceso l’onda lunga della polemica (una polemica che ha indotto Fornero ad una mezza marcia indietro, tattica alla quale da tempo siamo abituati), in effetti si accorda perfettamente all’altra verità enunciata un po’ di tempo fa dal medesimo Ministro: “Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato. Anche attraverso il sacrificio”.

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Il legame dimenticato fra democrazia e lavoro

L’ultima “gaffe” del Ministro Fornero (ma davvero si tratta di gaffe, di un fraintendimento? oppure le parole del ministro, finalmente, contengono una chiara ammissione di verità, una presa di posizione dichiaratamente politica che rivela il trucco retorico di una pretesa neutralità “tecnica”?) sul tema del lavoro ha naturalmente suscitato vaste e scomposte reazioni. come se Elsa Fornero si fosse lasciata scappare chissà quale mostruosità e avesse pronunciato un imperdonabile sacrilegio. Il fatto è che il ministro ha semplicemente enunciato il principio che sta alla base di un evidente dato di fatto: il lavoro, in Italia, e non solo in Italia, non è più un diritto, e non da ora. Con la benedizione del cosiddetto “finanzcapitalismo“( tanto per citare Luciano Gallino) che negli anni ha goduto di un vasto assenso politico, trasversale alla destra e alla cosiddetta sinistra. La colpa non è di Monti o di Fornero, o meglio, non è solo loro. La storia è ben più antica.

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Il volto invisibile dello show

Non mi pare che la lettera aperta  scritta dagli amici di Matteo Armellini a Laura Pausini lo scorso 15 marzo abbia avuto la giusta rilevanza mediatica, Ricordo che Matteo Armellini è il tecnico di 32 anni morto il 5 marzo durante l’allestimento del palco per il concerto di Laura Pausini a Reggio Calabria.  Il tour della Pausini è ripreso il 18 marzo da Firenze: nonostante l’esplicita richiesta della famiglia di lasciare il dolore per Matteo in una dimensione esclusivamente privata, pare che l’usuale (in queste occasioni) minuto di silenzio a inizio concerto ci sia stato ugualmente. O forse no: l’ufficio stampa della Pausini lo smentisce. E’ curiosa questa discrepanza di testimonianze che tradisce da parte della Pausini e del suo staff un certo imbarazzo. Comunque sia andata (si dice che una voce fuori campo abbia invitato ad un minuto di silenzio e che la Pausini abbia aggiunto, qualunque cosa volesse dire: “Il nostro silenzio parla per noi”), nella lettera degli amici di Matteo ci sono alcuni passi che meritano di essere messi in evidenza.

“Al di là degli aspetti penali, che competono alla magistratura, ciò che non emerge di questa tragedia è il grave problema che riguarda il lavoro. Lo show business, per massimizzare il profitto a ogni costo, impone ritmi frenetici e condizioni di lavoro aberranti a una categoria già di per sé frazionata e debole, il tutto per garantire sempre allo spettacolo di andare avanti.

Lei (Laura Pausini, nota della blogger) scrive nella sua lettera che si sente impotente, che non può fare niente per cambiare le cose; allo stesso tempo, Jovanotti invita a una riflessione su come migliorare il livello di sicurezza, senza che però alle parole seguano dei fatti concreti.

Noi al contrario riteniamo che Lei, come tutte le Star dello spettacolo, abbiate il potere e il dovere morale di cambiare qualcosa, per far sì che tutto quello che è accaduto non si ripeta. Gli artisti sono gli unici che possono permettersi di dire no.

Questo sarebbe un aiuto concreto e una dimostrazione di sostegno per quella che Lei chiama “famiglia in tour”, ed eliminerebbe il dubbio che da questa tragedia derivi solo pubblicità per il suo personaggio.

E’ il rispetto del silenzio che chiediamo”.

Nel blog creato appositamente per Matteo, il primo post, datato 7 marzo 2012 e intitolato “The Show must go off”, è degli Operai dello Spettacolo di Roma, e contiene parole estremamente dure esplicitamente rivolte agli artisti:

“Noi operai non facciamo parte della loro famiglia, come dicono nelle loro ipocrite ed infami dichiarazioni: le paghe non sono adeguate alle mansioni svolte, arrivano dopo mesi, i turni superano ampiamente le dodici ore, c’è una pianificazione scellerata degli eventi che risparmia sulla sicurezza dei lavoratori e del pubblico.
Non esistiamo come categoria di lavoratori perciò non abbiamo nessun diritto. Vogliamo la dignità e il rispetto che ci spettano”.

Anche il comunicato stampa della madre di Matteo è estremamente chiaro: L’unica forma di omaggio che posso accettare e che rispetta la volontà di Matteo è impegnarsi nel concreto affinché ciò che è accaduto a lui non avvenga mai più in futuro.

Al di là di alcuni siti alternativi, mi pare che nessun organo di informazione a larga diffusione si sia preoccupato di approfondire questi temi (nel caso specifico, si è solo scritto che per rispettare la volontà della famiglia, non ci sarebbe stata nessuna forma di ricordo pubblico di Matteo – poi, come ho detto, se ci sia stata o no, rimane un singolare mistero: ma nessuno, almeno nell’ambito dell’informazione mainstream,  ha spiegato da che cosa era motivato l’atteggiamento della famiglia e degli amici): dietro agli show che tanto amiamo, non ci sono soltanto il talento e la passione dei nostri artisti preferiti, ma un business durissimo sottoposto a scarsi controlli. Su questo aspetto, il peccato di omissione (da parte degli artisti, del giornalismo specializzato, del giornalismo tout court) è evidente.  Su questo aspetto, noialtri, pubblico di fan affezionati e commossi, dovremmo adeguatamente riflettere, ogni volta che compriamo il biglietto per uno spettacolo live: se solo fossimo messi in condizione di farlo. 

Una notizia, o un commento, che non vengono adeguatamente diffusi e rilanciati, diventano più che inefficaci: è come se facessero riferimento a fatti mai accaduti. Può la Rete equilibrare almeno in parte la situazione?