La cultura non vale un c****: ovvero la rivincita degli idraulici.

Mi si scusi il francesismo del titolo, appena attenuato dall’uso degli asterischi. Vi ricordate la vecchia frase di Tremonti “con la cultura non si mangia?” Le polemiche furono molte ma, se esaminiamo la realtà dei fatti, Tremonti aveva ragione. La svalutazione sistematica del lavoro intellettuale, in un contesto che monetizza tutto, conduce a questa amara conclusione: anche se ci sciacquiamo la bocca con l’idea meravigliosa di vivere nella “società della conoscenza“, in realtà, almeno in Italia, il sapere conta poco e, soprattutto, raramente ti consente di vivere dignitosamente (al massimo puoi sopravvivere), se non hai alle spalle beni di famiglia consistenti e sicuri.

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Incidenti comunicativi. O forse no.

Ma pensate davvero che Fornero non sappia quello che dice? Che le sue esternazioni siano solo gaffes comunicative, deprecabili incidenti di un ministro “tecnico” non completamente a suo agio nel ruolo nonostante tutto “politico” che si trova a recitare e ancora incapace di padroneggiarne adeguatamente la retorica?

L’ultima uscita del ministro riguarda, com’è noto, il fatto che i giovani non possono permettersi di essere troppo “choosy” (schizzinosi) quando si tratta di accedere al difficile mondo del lavoro. L’affermazione, che ha immediatamente acceso l’onda lunga della polemica (una polemica che ha indotto Fornero ad una mezza marcia indietro, tattica alla quale da tempo siamo abituati), in effetti si accorda perfettamente all’altra verità enunciata un po’ di tempo fa dal medesimo Ministro: “Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato. Anche attraverso il sacrificio”.

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Generazioni (perdute e fallite)

Stamattina, vincendo la consueta pigrizia domenicale, mi sono alzata in tempo utile per prendere il regionale delle 9.05, destinazione Pisa, Internet Festival 2012. L’ho fatto in nome e per conto di un discreto numero dei miei ex-alunni, oggi trenta-quarantenni, appartenenti alla generazione che, con espressione pensosa e compunta, il nostro illuminato premier Monti, ha definito “perduta”. E appunto oggi, a Pisa, era previsto un panel sulla “generazione perduta”, curato dai promotori del “Manifesto della Generazione Perduta” ( presenti Gianluca Sgueo, Stefano Epifani, Ernesto Belisario, Alessio Jacona) Un like sulla relativa pagina di Facebook non basta. Bisognava cercare il contatto diretto. E sono andata.

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Il legame dimenticato fra democrazia e lavoro

L’ultima “gaffe” del Ministro Fornero (ma davvero si tratta di gaffe, di un fraintendimento? oppure le parole del ministro, finalmente, contengono una chiara ammissione di verità, una presa di posizione dichiaratamente politica che rivela il trucco retorico di una pretesa neutralità “tecnica”?) sul tema del lavoro ha naturalmente suscitato vaste e scomposte reazioni. come se Elsa Fornero si fosse lasciata scappare chissà quale mostruosità e avesse pronunciato un imperdonabile sacrilegio. Il fatto è che il ministro ha semplicemente enunciato il principio che sta alla base di un evidente dato di fatto: il lavoro, in Italia, e non solo in Italia, non è più un diritto, e non da ora. Con la benedizione del cosiddetto “finanzcapitalismo“( tanto per citare Luciano Gallino) che negli anni ha goduto di un vasto assenso politico, trasversale alla destra e alla cosiddetta sinistra. La colpa non è di Monti o di Fornero, o meglio, non è solo loro. La storia è ben più antica.

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Il volto invisibile dello show

Non mi pare che la lettera aperta  scritta dagli amici di Matteo Armellini a Laura Pausini lo scorso 15 marzo abbia avuto la giusta rilevanza mediatica, Ricordo che Matteo Armellini è il tecnico di 32 anni morto il 5 marzo durante l’allestimento del palco per il concerto di Laura Pausini a Reggio Calabria.  Il tour della Pausini è ripreso il 18 marzo da Firenze: nonostante l’esplicita richiesta della famiglia di lasciare il dolore per Matteo in una dimensione esclusivamente privata, pare che l’usuale (in queste occasioni) minuto di silenzio a inizio concerto ci sia stato ugualmente. O forse no: l’ufficio stampa della Pausini lo smentisce. E’ curiosa questa discrepanza di testimonianze che tradisce da parte della Pausini e del suo staff un certo imbarazzo. Comunque sia andata (si dice che una voce fuori campo abbia invitato ad un minuto di silenzio e che la Pausini abbia aggiunto, qualunque cosa volesse dire: “Il nostro silenzio parla per noi”), nella lettera degli amici di Matteo ci sono alcuni passi che meritano di essere messi in evidenza.

“Al di là degli aspetti penali, che competono alla magistratura, ciò che non emerge di questa tragedia è il grave problema che riguarda il lavoro. Lo show business, per massimizzare il profitto a ogni costo, impone ritmi frenetici e condizioni di lavoro aberranti a una categoria già di per sé frazionata e debole, il tutto per garantire sempre allo spettacolo di andare avanti.

Lei (Laura Pausini, nota della blogger) scrive nella sua lettera che si sente impotente, che non può fare niente per cambiare le cose; allo stesso tempo, Jovanotti invita a una riflessione su come migliorare il livello di sicurezza, senza che però alle parole seguano dei fatti concreti.

Noi al contrario riteniamo che Lei, come tutte le Star dello spettacolo, abbiate il potere e il dovere morale di cambiare qualcosa, per far sì che tutto quello che è accaduto non si ripeta. Gli artisti sono gli unici che possono permettersi di dire no.

Questo sarebbe un aiuto concreto e una dimostrazione di sostegno per quella che Lei chiama “famiglia in tour”, ed eliminerebbe il dubbio che da questa tragedia derivi solo pubblicità per il suo personaggio.

E’ il rispetto del silenzio che chiediamo”.

Nel blog creato appositamente per Matteo, il primo post, datato 7 marzo 2012 e intitolato “The Show must go off”, è degli Operai dello Spettacolo di Roma, e contiene parole estremamente dure esplicitamente rivolte agli artisti:

“Noi operai non facciamo parte della loro famiglia, come dicono nelle loro ipocrite ed infami dichiarazioni: le paghe non sono adeguate alle mansioni svolte, arrivano dopo mesi, i turni superano ampiamente le dodici ore, c’è una pianificazione scellerata degli eventi che risparmia sulla sicurezza dei lavoratori e del pubblico.
Non esistiamo come categoria di lavoratori perciò non abbiamo nessun diritto. Vogliamo la dignità e il rispetto che ci spettano”.

Anche il comunicato stampa della madre di Matteo è estremamente chiaro: L’unica forma di omaggio che posso accettare e che rispetta la volontà di Matteo è impegnarsi nel concreto affinché ciò che è accaduto a lui non avvenga mai più in futuro.

Al di là di alcuni siti alternativi, mi pare che nessun organo di informazione a larga diffusione si sia preoccupato di approfondire questi temi (nel caso specifico, si è solo scritto che per rispettare la volontà della famiglia, non ci sarebbe stata nessuna forma di ricordo pubblico di Matteo – poi, come ho detto, se ci sia stata o no, rimane un singolare mistero: ma nessuno, almeno nell’ambito dell’informazione mainstream,  ha spiegato da che cosa era motivato l’atteggiamento della famiglia e degli amici): dietro agli show che tanto amiamo, non ci sono soltanto il talento e la passione dei nostri artisti preferiti, ma un business durissimo sottoposto a scarsi controlli. Su questo aspetto, il peccato di omissione (da parte degli artisti, del giornalismo specializzato, del giornalismo tout court) è evidente.  Su questo aspetto, noialtri, pubblico di fan affezionati e commossi, dovremmo adeguatamente riflettere, ogni volta che compriamo il biglietto per uno spettacolo live: se solo fossimo messi in condizione di farlo. 

Una notizia, o un commento, che non vengono adeguatamente diffusi e rilanciati, diventano più che inefficaci: è come se facessero riferimento a fatti mai accaduti. Può la Rete equilibrare almeno in parte la situazione?

Divagazioni sul merito, l’articolo 18, e le idee che non ci sono

C’è una cosa che mi colpisce, in questo ossessivo mantra del “merito” che da qualche anno in qua appesta il pubblico dibattito (esattamente come in decenni non troppo lontani andava di moda un malinteso e pessimo egualitarismo). I cosiddetti “migliori”, i bravi, i talentuosi, sono per definizione, pochi. E della maggioranza solo normale che ne facciamo? Tutti quelli che magari non eccellono, che tuttavia compiono degnamente e onestamente il loro lavoro, per umile che sia, e non aspirano a grandi cose se non ad arrivare con una certa tranquillità a fine mese. Massa di schiavi da sacrificare sull’altare di un rinnovato darwinismo sociale versione XXI secolo?

E’ giusto ribaltare le gerarchie sulla base del merito, ci mancherebbe, ed eliminare le distorsioni clientelari e le piccole o grandi furbizie che sembrano così connaturate al generalizzato malcostume italiano. Ma ho la netta impressione che in realtà si giochi sul malinteso per addomesticare un’opinione pubblica preoccupata e, al tempo stesso, poco informata.

Gente, non possiamo diventare tutti generali: ma tutti abbiamo diritto a salvaguardare la nostra dignità e la nostra identità grazie al lavoro, a venti come a cinquant’anni. Siamo proprio sicuri che togliere diritti a chi ce l’ha, piuttosto che estenderli a chi non ce l’ha, rappresenti la panacea di tutti i nostri mali? Siamo certi che, al di là dei casi limite strumentalmente enfatizzati da certa stampa, l’articolo 18 abbia funzionato esclusivamente come paracadute per fancazzisti inveterati e squallidi furbastri? Siamo assolutamente convinti che altrove in Europa non esista nulla di simile e che la legislazione italiana del lavoro rappresenti una specie di mostruosità giuridica, una zavorra indegna che mortifica  gli sforzi generosi dei nostri illuminati imprenditori?

A occhio e croce direi che non è proprio così. Fatevi un giro in Rete e troverete qualche informazione in più: per esempio questo appello di un nutrito gruppo di avvocati giuslavoristi che ci racconta qualcosa che di solito viene taciuto sul famigerato articolo 18; oppure questo sintetico confronto fra paesi europei, le cui conclusioni mi sembrano abbastanza eloquenti:”Del resto quella del mercato del lavoro italiano più rigido di altri è una bufala comprovata. L’indice Ocse della «rigidità in uscita» colloca l’Italia (punteggio 1.77) ben al di sotto della media europea: appena sopra alla Danimarca (1.63), comunemente raffigurata come il modello ideale di flessibilità, e dotata di ammortizzatori sociali ben più sviluppati che in Italia. Nella classifica troviamo la Germania in testa: 3.00, ma anche i lavoratori di molti paesi dell’est come Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia, nei quali molte imprese italiane minacciano di delocalizzare, sono più tutelati di noi, rispettivamente a 1.92, 3.05 e 2.06. A tutto questo si aggiunge poi il fatto che l’Italia è tra ultime nazioni d’Europa a non aver ancora istituito un reddito minimo di cittadinanza, pur avendo una rete di ammortizzatori sociali iniqua e tassi di disoccupazione tra i più alti”; e se proprio avete voglia di studiare, aggiungete anche questo corposo intervento del prof. Orlandini dell’Università di Siena.

Al solito la propaganda offusca una corretta percezione dei fatti. L’attuale esecutivo, nascosto dietro la foglia di fico della denominazione “governo tecnico”, persegue coerentemente (date le premesse) una politica nettamente orientata in senso liberista. Non esiste alternativa,  perché persino la mera possibilità di  elaborare soluzioni basate su presupposti diversi viene tenuta sotto ricatto (“o così o l’abisso nel quale sta precipitando la Grecia”), tacitata, marginalizzata. Non è vero che “non esistono più le ideologie”: non ci sono idee, punto.