Afasia

Ovvia, su. Il trasloco è finito. Il blog riattivato. Il dottorato iniziato. La casa è a posto. I libri, grossomodo, sono tornati a portata di mano. Non hai più scuse. Perché non scrivi? Perché la sera, invece di postare on line le tue illuminate considerazioni a disposizione del tuo ristretto, ma tuttavia fedele, pubblico, ti rincoglionisci fino a ora tarda, imbambolata davanti alle efferatezze di Fox Crime?

Ho l’impressione di essere rimasta senza parole. Molto semplicemente, non mi va di mescolare le mie idee sfilacciate sul mondo al chiacchiericcio che percorre in lungo e in largo la Rete. Dico la verità: ho pure provato a ritornare attiva su twitter, ad aggiornare la pagina facebook con un minimo di regolarità. Ho pensato che, per guadagnare tempo, potrei postare periodicamente, invece che ragionamenti articolati sul blog, qualche foto con appropriata didascalia … o inserire titoli nuovi su Anobii, e magari rientrare in quella sede in un forum o due di lettori accaniti.

Ma poi mi chiedo: “E perché? Per dire cosa? Che diavolo significa questa smania di comunicare urbi et orbi qualsiasi stronzata ci passi per la testa? Che razza di giustificazione hanno le nostre idee, i nostri pregiudizi, le nostre idiosincrasie? Questa massa informe di parole che trabocca, travolgendoci, dallo schermo del computer, può darci davvero qualcosa che non abbiamo, lo scarto rispetto al già visto, già sentito, già sperimentato, la spinta che ci manca per essere davvero “noi” e non un patetico incrocio fra pappagalli saccenti e altezzosi tacchini telematici? E se pure non fosse questione di conformismo comunicativo travestito da novità trendy ma autentico desiderio di raccontarsi nella propria schietta umanità, siamo sicuri che dall’altra parte ci sia qualcuno davvero disposto a mettersi in ascolto, comprendere senza fraintendimenti, rispondere al ragionamento con il ragionamento, all’emozione con l’emozione? Dopo tanti anni trascorsi in Rete a tessere rapporti, condividere link, sperimentare strumenti,  inseguire l’ultimo commento sulla novità del momento, raccontare di me, dei miei libri, della mia musica, delle mie incazzature politiche e/o professionali, confesso che francamente non so più rispondere. Non so più nemmeno se valga la pena rispondere.

Eppure (con una certa fatica, lo ammetto) sono qui che scrivo, anche se non quello che avrei davvero voglia di scrivere. Arrendermi al silenzio che  mi tenta vorrebbe dire rinnegare un bel pezzo della mia vita che in un modo o nell’altro si è svolta sullo schermo. “Vite sullo schermo” si intitolava una saggio di Sherry Turkle che a suo tempo rappresentò per me una delle tante spinte a sperimentare che cosa significasse rinegoziare la propria identità tramite la tecnologia. Scopro che oggi Turkle, con autorevolezza di gran lunga maggiore rispetto al mio disagio tutto personale e non accademico, si pone domande molto simili alle mie.

“Oggi viviamo in un mondo in cui il sé si costruisce sulla base delle risposte fornite, delle chiamate effettuate, degli e-mail spediti, dei contatti raggiunti. Un sé calibrato sulla base di quello che la tecnologia propone e impone, su quello che semplifica e al tempo stesso svaluta. In un mondo in cui la tecnologia ci spinge a produrre di più e più in fretta, ci troviamo ad affrontare un curioso paradosso. Da un lato ripetiamo ad nauseam che viviamo in un mondo sempre più complesso, dall’altro abbiamo creato una cultura della comunicazione che rende difficile, se non impossibile, ritagliarsi spazi e tempi per riflettere in modo tranquillo, senza distrazioni. In un mondo che esige risposte in tempo reale abbiamo perso la capacità di affrontare problemi complicati.”

In un mondo che esige risposte in tempo reale abbiamo perso la capacità di affrontare problemi complicati. Problemi personali o generali, disagi privati o pubblici, contraddizioni individuali o collettive: tutto si frammenta, macinato dai meccanismi comunicativi della Rete, e quel che è peggio si ripete in un loop di sciocchezze che si riverberano l’una sull’altra, senza mediazione, senza tempo per  lasciar decantare l’esperienza, prendere le distanze, ragionare. I tempi lunghi della riflessione non si conciliano con l’urgenza della performance in Rete. Diventa imperativo commentare in tempo quasi reale l’ultimo twit del politico o della pop star che si espongono al pubblico della Rete fingendo di accorciare le distanze con il popolo, in una fittizia e manipolatoria parodia di democrazia. Su Facebook rincorriamo la novità, il meme più o meno insulso, la citazione priva di contesto, il video virale, la battuta falsamente irriverente,  la frasetta suggestiva e apparentemente innocua che, banalizzando i sentimenti,  ci rassicura sulla nostra normalità.

Scorrendo la home di Facebook o di Twitter, dico la verità, mi capita di essere presa dallo sconforto. Non è una conversazione, vecchia, abusata metafora per definire il contesto comunicativo della Rete, ma una babelica cacofonia di voci che si rincorrono, hashtag più o meno incomprensibili, discussioni in codice fra gruppetti di iniziati che intrecciano commenti insulsi come se fossero nel loro privatissimo salotto. Il rumore di fondo inghiotte il senso delle parole, tutto diventa nebbioso, indistinto, alla fine insignificante. Una perdita di tempo.

E allora come se ne esce? Soprattutto, come ne esco io? Posso solo proporre una soluzione provvisoria. Riprendere a scrivere, qui, ma con un ritmo disteso, secondo i miei tempi, tempi di lettura, di riflessione. in definitiva di vita. Uscire di casa dimenticando sul tavolo l’Iphone. Leggere. Leggere poesie vere. Come questa.

Gli anemoni

Far magie … niente di più semplice! E’ uno dei trucchi più antichi della terra e della primavera: gli anemoni. Sono improvvisi. Spuntano dal bruno fruscio dell’anno scorso in luoghi dimenticati dove altrimenti non si sofferma le sguardo. Ardono e si dibattono, sì, si dibattono: dipende dal colore. Quel fervido azzurro-viola ormai non ha alcun peso. Qui è l’estasi ma un’estasi contenuta. “Carriera” – Non li riguarda! “Potere” e “Pubblicità” – grotteschi. Fu loro certa riservata fastosa accoglienza su a Nineve, fecero fanfare e gran fragore. In alto sul soffitto – sopra tutte le teste stavano i lampadari di cristallo come vitrei avvoltoi. Invece di questo superdecorato e rumoroso vicolo cieco, gli anemoni aprono un varco segreto alla vera festa dove regna un silenzio di morte. (Tomas Tranströmer – Premio Nobel 2011)

 

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