Un soggetto politico nuovo, fra utopia e urgenza

Ho appena sottoscritto il Manifesto per un soggetto politico nuovo. L’ho fatto con qualche perplessità e non del tutto convinta che l’iniziativa possa avere il successo che merita,  soprattutto per un problema non secondario di comunicazione: per il momento, gli organi di informazione ufficiali (a parte il Manifesto che ha ospitato, rilanciandola, l’iniziativa: vedi l’editoriale di Norma Rangieri ) tacciono.   Ma la sfida dei  “professori buoni” è in fondo quella di allargare , attraverso la condivisione e la diffusione “virale” in Rete delle esigenze sottolineate dal loro appello, la platea dei soggetti coinvolti.  E allora, per quello che può valere, ho pensato che potesse essere utile rendere disponibile al dibattito il network dei miei contatti. 

Problema di comunicazione, osservavo poco righe sopra. In effetti il Manifesto è scritto in un linguaggio dotto, ricco di citazioni, oserei dire “accademico”, tipico, appunto, di professori universitari. Ora, è vero che i “professori” rappresentano la moda politica del momento, dopo l’ubriacatura di pressapochismo dilettantesco alla quale la politica ci ha abituato negli ultimi anni. Tuttavia i professori attualmente al governo  hanno due vantaggi non da poco: il potere e la visibilità. E’ la possibilità di esercitare concretamente il potere in una sfera d’azione definita che, naturalmente. distingue le pie intenzioni dalla possibilità reale di incidere sulla prassi politica. Se già in prima battuta  il linguaggio diventa autoreferenziale e poco comprensibile oltre la cerchia degli eletti in grado di distinguerne implicazioni, riferimenti, connotazioni e allusioni, si rimane, drammaticamente,  sul piano della chiacchiera benintenzionata.

Perché un conto è l’elaborazione teorica, che può, anzi deve, essere complessa, attenta alle sfumature e ben documentata, un conto è la divulgazione dei suoi risultati, che ha bisogno di essere chiara nelle premesse, lineare nell’argomentazione, esplicita nelle conclusioni e nelle proposte. Insomma, bisogna capire bene che cosa ci si propone di fare e come: e tutti devono essere in grado di comprendere, anche chi non sappia, eventualmente, chi siano Cattaneo, Stuart Mill, Martha Nussbaum ed altri illustri auctores citati nel documento. Insomma, che diavolo vuol dire, nella pratica,  “L’organizzazione politica dovrebbe essere il grande laboratorio in cui si inventano e si forgiano i nuovi linguaggi di un dialetto universale in grado di superare la separatezza Una politica che sappia emanciparsi dalla coppia schmittiana “amico-nemico”. Che sappia trovare la propria “essenza” non nell’esclusione reciproca (e nel conflitto tra identità chiuse e separate) ma nell’inclusione e nella contaminazione-connessione-ibridazione tra identità“? Ecco, lo confesso, ho qualche problema di interpretazione. Senza contare che essere troppo fumosi innesca inevitabilmente l’esercizio della dietrologia.

Detto questo,  i quattro nodi radicali sui quali si dovrebbe costituire questo nuovo soggetto politico mi sembrano ampiamente condivisibili:

  1. Si rompe con il modello novecentesco del partito, introducendo nuove regole e pratiche: trasparenza non segretezza, semplicità non burocrazia, potere distribuito non accentrato, servizio non carrierismo, eguaglianza di genere non enclave maschili, direzione e coordinamento collettivo e a rotazione, non di singoli individui carismatici.
  2. Si rompe con questo modello neo liberista europeo che vuole privatizzare a tutti i costi, che non ha alcuna cultura dell’eguaglianza, che minaccia a morte lo stato sociale, la dignità e sicurezza del lavoro. Si insiste invece sulla centralità dei beni comuni, la loro inalienabilità, la loro gestione democratica e partecipata.
  3. Si rompe con la visione ristretta della politica, tutta concentrata sul parlamento e i partiti. Si lavora invece per un nuovo spazio pubblico allargato, dove la democrazia rappresentativa e quella partecipata lavorano insieme, dove la società civile e i bisogni dei cittadini sono accolti e rispettati.
  4. Si riconosce l’importanza della sfera dei comportamenti e delle passioni, rompendo con le pratiche mai esplicitate ma sempre perseguite dal ceto politico attuale: la furbizia, la rivalità, la voglia di sopraffare, il mirare all’interesse personale. Al loro posto mettiamo l’inclusività, l’empatia, la mitezza coniugata con la fermezza.
Resta irrisolto un nodo fondamentale: questo nuovo soggetto, se e quando nascerà, come si rapporterà agli attori già presenti sulla scena politica? Esattamente, a chi si rivolge? Al partito dell’astensione? Al popolo dell’antipolitica? Ai militanti di base, in particolare del PD, che stentano a riconoscersi nelle contraddizioni del proprio partito? Ad altri soggetti della sinistra? A chi sta fuori dai partiti o a chi rimane dentro, sia pure a disagio e con onestà di intenti? Alle associazioni di cultura e politica come Libertà e Giustizia, che magari hanno avuto il merito di tenere vivo il dibattito ma che difficilmente hanno trovato interlocutori politici desiderosi di ascoltare? Ai movimenti nati in seno alla società civile? A tutti questi insieme, e anche a qualcuno di più? Non si rischia di aumentare ulteriormente la frammentazione di questo variegato panorama e quindi di non risultare efficaci? Si propone un diverso metodo di fare politica o un contenitore nuovo nel quale rappresentare tutte queste diverse istanze (e non è una differenza da poco)?
Insomma, la discussione è aperta. E voi, che cosa ne pensate?

 

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