Generazioni (perdute e fallite)

Stamattina, vincendo la consueta pigrizia domenicale, mi sono alzata in tempo utile per prendere il regionale delle 9.05, destinazione Pisa, Internet Festival 2012. L’ho fatto in nome e per conto di un discreto numero dei miei ex-alunni, oggi trenta-quarantenni, appartenenti alla generazione che, con espressione pensosa e compunta, il nostro illuminato premier Monti, ha definito “perduta”. E appunto oggi, a Pisa, era previsto un panel sulla “generazione perduta”, curato dai promotori del “Manifesto della Generazione Perduta” ( presenti Gianluca Sgueo, Stefano Epifani, Ernesto Belisario, Alessio Jacona) Un like sulla relativa pagina di Facebook non basta. Bisognava cercare il contatto diretto. E sono andata.

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Book in progress, perché non mi convincono

Qualcuno di voi ricorda “Il Materiale e l’immaginario” di Remo Ceserani e Lidia de Federicis? Ho studiato su quel testo all’Università, l’ho trovato in adozione nelle prime classi dove ho insegnato, l’ho odiato, l’ho amato, l’ho cambiato e adottato nuovamente nelle sue varie edizioni (grigia, rossa, blu). Qualcuno lo ha giudicato un tentativo velleitario, altri lo rimpiangono. Comunque sia, ho imparato moltissimo in quelle pagine, ricche di spunti, di possibilità di percorsi trasversali, di riferimenti bibliografici, di suggestioni inter e transdisciplinari. Non di rado, ancora oggi, lo consulto come punto di partenza per ulteriori ricerche.

Sarebbe possibile, oggi, introdurre in una classe un testo di analogo spessore e di simile ambizione metodologica? Penso proprio di no. Quello che serve, nella situazione attuale, sono testi che siano poco più che dispense. E manualetti che mettano in grado i ragazzi di rispondere ai meravigliosi test INVALSI (vedi post precedente).  E allora va bene anche il progetto “Book in progress” che molti lodano come l’ultima frontiera dell’innovazione didattica nel nostro Paese. Molti, non tutti, al solito. Perché le perplessità esistono ma gli alfieri delle “magnifiche sorti e progressive” della didattica crossmediale 2.0 preferiscono non ascoltare e non rispondere.

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La meravigliosa cultura dei quiz

Leggo questo gustoso articolo di Francesco Merlo sull’insensatezza dei quiz che vengono proposti durante l’esame di teoria per il conseguimento della patente di guida.

Quando mi sono trovata a definire la natura dei test Invalsi che vengono imposti a scuola, o delle recenti prove per l’accesso al TFA (Tirocinio Formativo Attivo), destinato a formare e abilitare i nuovi (o seminuovi) docenti, o, ancora, dei test di cultura generale per l’iscrizione alle Facoltà a numero chiuso, più di una volta, tanto per il gusto di fare una battuta, l’ho paragonata a quella dei test per la patente. 

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Abbasso i secchioni, viva gli sportivi (scuola e sport, matrimonio difficile)

Il muro vincente è il mio!

Visto che ho avuto una carriera scolastica  brillante e sono alla fine diventata prof di lettere, considerato inoltre che sono cieca come una talpa, che non brillo per agilità, che non frequento palestre e faccio vita piuttosto sedentaria. senza contare la pessima abitudine di leggere molto, in genere di notte, fumando più del consentito, si potrebbe credere che sono l’esito cinquantenne di un’adolescente secchiona, piuttosto antipatica, complessata, saccente e priva di senso dell’umorismo, con pochi amici e scarsissima vita sociale. Il che, in effetti, è stato vero per un certo periodo della mia vita: d’altra parte si parlava un tempo di “età ingrata” e, credetemi, l’arco di esistenza che va dagli undici ai diciotto e oltre può essere davvero ingratissimo, oggi come allora.

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Ma a che cosa servono esattamente le prove Invalsi?

Ma a che cosa servono esattamente le prove Invalsi?

Dichiarazione del sottosegretario all’Istruzione Elena Ugolini, a proposito delle prove Invalsi: ““Una prova nazionale che permetta di avere dei risultati comparabili, aiuta ogni singola scuola ad  avere un punto di paragone esterno per capire  i propri punti di forza e di debolezza e consente ai ragazzi di confrontarsi con i loro coetanei a livello nazionale. Questa valutazione non sostituisce quella formativa, interna, che spetta solo ai docenti  nel loro lavoro quotidiano, ma permette di uscire da un ‘autoreferenzialità’ che sicuramente non aiuta la scuola a diventare quell’ ascensore sociale capace di mettere a frutto i talenti e, agli studenti, di acquisire gli strumenti per proseguire con successo gli studi”.

A me (e non solo a me, in realtà) pare un’affermazione profondamente contraddittoria: se la valutazione è inerente al sistema (e non all’alunno), allora perché inserirla fra le prove di esame e conferirle un peso determinante nell’attribuzione del voto finale? Non si scaricano in questo modo le carenze strutturali sulle spalle del singolo allievo? E alla fine, chi riesce comunque ad ottenere una valutazione alta nel test in un contesto sfavorevole lo fa per merito suo (ah il merito!) o perché gode di condizioni di partenza migliori, a prescindere dalla scuola? Alla faccia dell’ascensore sociale.

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Il professore stanco

Sono sei mesi che ho lasciato (momentaneamente) l’insegnamento attivo e l’effetto è stato simile a quello che si ottiene smettendo di fumare: com’è noto, si dice che l’astinenza dalla nicotina migliora in tempi brevi la performance fisica e intellettuale. Per quanto mi riguarda, l’allontanarmi per fare altro da quel monumento di chiacchiere inconcludenti e dannose che opprime ormai da decenni la scuola italiana, ha avuto indubbiamente il benefico effetto di snebbiarmi il cervello. Un professore che non continua a studiare, è un professore a metà. Un professore che, pur desiderandolo, non può studiare, perché da insegnante è stato forzatamente trasformato in un ibrido, un ircocervo, un patetico incrocio fra un intrattenitore, un assistente sociale, un terapeuta della famiglia, un burocrate, non può non essere frustrato.

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