Cari colleghi … (seconda parte)

Cari colleghi … (seconda parte)

 

if_you_think_education_is_expensive_try_ignorance_bumper_sticker-r37e270f4d2f94b6e86d59eea0f796392_v9wht_8byvr_512Cari colleghi,

la prima parte di questa lettera risale al gennaio scorso. Nel frattempo molte cose sono cambiate, incluso governo e ministro dell’istruzione. Ma certe tendenze non hanno affatto “cambiato verso”, anzi.  Allora scrivevo, a chiusura di post:

Una modesta e paradossale proposta: ci dicono che lavoriamo solo 18 ore alla settimana;  cosa accadrebbe se tutti lavorassimo davvero solo 18 ore alla settimana? Se rifiutassimo gli incarichi aggiuntivi, il volontariato sottopagato o non pagato, le gite scolastiche etc.? Se nelle 18 ore a scuola correggessimo i compiti, studiassimo per le nostre lezioni (che sarebbero poche, di necessità) e preparassimo i materiali facendo la fila ai pochi computer disponibili? Se non tenessimo i corsi di recupero, se ci buttassimo malati in massa per gli esami, se evitassimo con una scusa o con un’altra riunioni, consigli, collegi …? Si dirà: occhio,  nei tuoi compiti di insegnante sono compresi anche i doveri inerenti, appunto, alla funzione docente, oltre l’orario della mattina … ah sì? allora non è vero che il professore coscienzioso lavora solo 18 ore, lavora comunque di più, come da contratto (e se aumentate gli alunni per classe e moltiplicate gli impegni pomeridiani obbligatori a scuola, ne risulta un aggravio del carico di lavoro per tutti, a stipendio bloccato). 

’Insomma, paradossalmente, per riuscire a veder riconosciuto il loro sforzo, i missionari dovrebbero smetterla di fare i missionari e i professionisti abdicare alla loro professionalità. Ci volete tutti impiegatucci votati alla logica della didattica test oriented? E sia. Si vedrebbe allora che la scuola italiana crollerebbe miseramente: ma forse sarebbe la fine di molti equivoci, sia pure condita dall’amarezza del “ve l’avevamo detto, ben vi sta”.

In questi giorni si susseguono annunci allarmanti a proposito di un blitz estivo (secondo una tattica che conosciamo da tempo: colpirci nel momento in cui è più difficile coordinarci e reagire) contenuto nella prossima legge di stabilità: aumento dell’orario di cattedra (su base volontaria) da 18 a 24 ore, taglio di un anno delle superiori, possibile obbligo per i docenti di presenza a scuola, in orario di servizio,  anche durante i periodi di sospensione delle lezioni  (a fare che cosa non è chiaro).

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Una modesta proposta (missionari, professionisti e menefreghisti nella scuola). Prima parte

Una modesta proposta (missionari, professionisti e menefreghisti nella scuola). Prima parte

teachers0-birthday-1956.jpg!xlMediumCari colleghi,

sappiamo tutti che la vicenda degli scatti di anzianità prima corrisposti ai colleghi aventi diritto e poi chiesti indietro dal MEF non si è davvero chiusa con la retromarcia del Governo. La scuola è sotto attacco ormai da anni e tutti fiutiamo l’ennesima fregatura. Certo è che la corda è logora e minaccia di strapparsi da un momento all’altro.

Come ha scritto un mio contatto su facebook, il risultato prevedibile dell’ennesima triste sceneggiata sarà questo (cito): “Impoveriranno ulteriormente la scuola e indurranno a dire che i soldi per gli istituti se li sono fottuti gli insegnanti, che verranno etichettati come sciacalli famelici”.

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Il destino è un’altra cosa

Il destino è un’altra cosa

 

vedoveCi sono situazioni e difficoltà che vengono subite in silenzio, perché ogni ribellione sembra inutile: anzi, in verità non viene neppure in mente di ribellarsi o protestare. Si pensa che le cose debbano andare così e se una è sfigata debba essere sfigata fino in fondo. Stamattina, sul mio profilo pubblicavo questo sconsolato aggiornamento.

“POST PARZIALMENTE PERSONALE MA CON VALENZA GENERALE (perché di certe situazioni non se ne sa nulla fin quando non si vivono)
Vediamo un po’ se qualcuno (magari fra i politici che sono fra i miei amici facebook) mi toglie qualche dubbio.

Francesco, neo matricola di Filosofia, ha mantenuto il diritto alla contitolarità dell’assegno di reversibilità fino al 30 di giugno. Veramente ha sostenuto l’esame di stato a luglio, ma tant’è. Dal momento che l’unica titolare resto io e che ho il mio stipendio, secondo la legge Dini che è rimasta in vigore solo per la reversibilità (e per gli assegni di invalidità), l’assegno è stato ulteriormente tagliato del 50%. Quindi, fino a giugno percepivamo una quota dell’80% (60 % la vedova, 20 % il figlio studente), ora siamo scesi al 30 %.
Francesco nel frattempo si è immatricolato, pagando regolare tassa di iscrizione, ha cercato una stanza, pagando caparra e prima quota di affitto, ieri ha ufficialmente cominciato l’università da fuori sede: perché da anni i corsi sono semestrali, e il semestre comincia nella seconda metà di settembre per concludersi a dicembre. Ma l’inizio ufficiale dell’anno accademico è novembre. Quindi l’inps ristabilirà il diritto di mio figlio solo a dicembre (ovvero il mese successivo al momento in cui tornerà ad avere i requisiti). Nel frattempo, naturalmente attingo ai risparmi: che purtroppo non si riformano più, stante la situazione di crisi generale. Teniamo conto che a novembre l’acconto IRPEF (dovuto perché appunto percepisco assegno di reversibilità) trattenuto in busta paga, prosciugherà il mio stipendio.
Vorrei osservare che mio marito, morto di tumore al pancreas, aveva comunque pagato i contributi e che dunque non si tratta di prestazione assistenziale. Non mi lamento, perché so che molti sono messi peggio di noi (esodati, disoccupati, cassintegrati). Solo mi sembra che la faccenda non sia equa (rispetto, ad esempio, a fenomeni come pensioni d’oro e simili). E mi pare anche che le cosiddette “famiglie vedove” (formula orrida, ma tant’è) siano sostanzialmente invisibili, forse perché non hanno forza contrattuale e sono, per lo più, sulle spalle di donne. Ci sarebbero altre considerazioni da fare, ma mi fermo qui”.

Alcuni lo hanno commentato, altri lo hanno condiviso: persone comuni che, ovviamente, restano colpite dalla patente iniquità della situazione, oppure gente che si trova nella medesima condizione. In questa sede vorrei aggiungere qualche altra osservazione, che mi pare pertinente.

Requiem per il liceo classico. A Piombino (e non solo).

Insomma, pare che a questo punto l’encefalogramma del paziente (l’indirizzo classico dell’ISIS Carducci Volta Pacinotti di Piombino) sia definitivamente piatto. Le iscrizioni non sono state sufficienti (solo 15 ragazzi) e quindi la IV Ginnasio per l’a.s. 2013-2014 non è stata concessa. L’ultima classe presente nell’indirizzo, la terza, è ormai in dirittura d’arrivo. Dopo una lunga e gloriosa storia, il liceo classico piombinese chiude i battenti, strangolato dai tagli, dalla crisi e, se vogliamo, anche da una certa incuria.

Una classe di 15 alunni, evidentemente, viene ritenuta un investimento non produttivo.  E’ morto il classico, ma in compenso abbiamo il liceo delle scienze umane, il liceo linguistico, il liceo scientifico tradizionale, il liceo scientifico opzione scienze applicate. La iscrizioni reggono, anzi, aumentano. Magari, in un futuro più o meno prossimo, ci toccherà, chissà, l’artistico. O il liceo sportivo. Tutto bene, dunque? Mah

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Abbiamo davvero bisogno dell’umanesimo?

La pubblicazione nel 2010 del saggio di Martha C.Nussbaum Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica ha suscitato reazioni significative nel nostro Paese, almeno fra gli addetti ai lavori (ma non solo): si veda, ad esempio, il vivace dibattito che si sviluppò, a suo tempo, sulle colonne del Sole 24h (interventi di Claudio Giunta, Annalisa Andreoni, Andrea Pagnini e altri). Alcuni rimproveravano alla studiosa statunitense il velleitarismo nostalgico implicitamente presente nella sua proposta di recupero di una tradizione umanistica da tempo tralasciata in nome del profitto. In particolare in Italia, più che le cultura umanistica, sembrano in sofferenza proprio le discipline tecniche e scientifiche, la cui diffusa conoscenza sarebbe al contrario indispensabile per una reale modernizzazione del Paese: insomma, l’Italia sarebbe addirittura frenata dalla sua gloriosa tradizione umanistica ( o forse solo dalla retorica che ne è derivata), produrrebbe troppi laureati in lettere (o in filosofia, storia …), di fatto in larga misura superflui e non adattabili alle vere esigenze  del mercato del lavoro e del tessuto produttivo.

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Incidenti comunicativi. O forse no.

Ma pensate davvero che Fornero non sappia quello che dice? Che le sue esternazioni siano solo gaffes comunicative, deprecabili incidenti di un ministro “tecnico” non completamente a suo agio nel ruolo nonostante tutto “politico” che si trova a recitare e ancora incapace di padroneggiarne adeguatamente la retorica?

L’ultima uscita del ministro riguarda, com’è noto, il fatto che i giovani non possono permettersi di essere troppo “choosy” (schizzinosi) quando si tratta di accedere al difficile mondo del lavoro. L’affermazione, che ha immediatamente acceso l’onda lunga della polemica (una polemica che ha indotto Fornero ad una mezza marcia indietro, tattica alla quale da tempo siamo abituati), in effetti si accorda perfettamente all’altra verità enunciata un po’ di tempo fa dal medesimo Ministro: “Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato. Anche attraverso il sacrificio”.

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