Meditazioni fra Orazio e Buddha

Qual è la linea di confine fra l’erudizione e la cultura? E poi, che cosa significa davvero “cultura”? Perché continuare a commentare, insegnare, consultare la sterminata biblioteca di Babele che il tempo ha accumulato alle nostre spalle? In che modo quel che hai letto o studiato ti è davvero utile, ovvero può migliorare seriamente la tua vita e fare da argine a tutto ciò che ti pare incomprensibile, insensato, a volte devastante?

E se facessimo un bel frego liberatorio su tutto ciò che abbiamo imparato e magari dimenticato, su quello che ci sentiamo in colpa di non aver ancora affrontato,  e anche su quello che dovremmo conoscere e di cui, magari, non abbiamo nemmeno sentito parlare? A che servono le chiacchiere morte di uomini e donne a loro volta morti da secoli, se non da millenni?

Lo ammetto. Da quando il lutto mi ha toccato da vicino, quelle che prima erano solo domande accademiche, sia pure travestite di pensosa serietà, sono diventate dubbi logoranti. Nel gioco abituale delle interpretazioni in contrasto (un gioco nel quale vincono la strategia retorica migliore e la smania di dire il nuovo ad ogni costo), quando la posta in palio è la reputazione o, peggio, la vanità, sembra irrilevante l’idea che possa esistere una più profonda verità alla quale ogni parola detta e commentata vorrebbe tendere.  E se per uno sfortunato caso ti viene presentato il conto (e il conto si paga con la moneta del dolore, con la sensazione di aver contratto un debito che non potrai mai ripagare: ed è davvero così, non c’è niente da fare), diventa inevitabile chiedersi se davvero, da qualche parte, in quello che ti pareva di conoscere perfettamente, senza ambiguità, ci sia quella risposta che continua a sfuggire.

Seneca scriveva:

Ci vuole tutta la vita per imparare a vivere e, quel che forse sembrerà più strano, ci vuole tutta la vita per imparare a morire.

Ho letto queste parole per la prima volta quando ancora frequentavo il liceo e, da allora, le ho tradotte e commentate spesso, convinta di averle comprese e di essere a mia volta in grado di farle comprendere. Ma, naturalmente, quando vedi con i tuoi occhi morire troppo presto e in maniera inattesa qualcuno che ami, il senso di quella frase cambia, e di molto: perché quella bella e suggestiva antitesi non riesce a consolarti, quando con tutta te stessa ti ribelli all’idea che vivere possa servire solo a questo, a imparare a morire.

C’è una parabola buddista che mi spesso mi è ritornata alla mente in questi ultimi anni.

Kisa Gotami ebbe un unico figlio che le morì. Nel suo dolore, ella portò il bambino morto da tutti i suoi vicini, chiedendo loro che le fornissero delle medicine, e la gente diceva: “E’ impazzita. Il bambino è morto!”

Infine Kisa Gotami incontrò un uomo, che rispose alla sua richiesta: “Io non posso darti la medicina per il tuo bambino, ma conosco un medico che può dartela”.

E la ragazza:”Per carità, ditemi, signore, chi è costui?”. E l’uomo rispose: “Va’ da Sakyamuni, il Buddha”. Kisa Gotami andò dal Buddha ed esclamò:”Signore e Maestro, dammi la medicina per curare il mio bambino!”

Il Buddha rispose: “Mi occorre una manciata di semi di senape”. E quando la ragazza, nella sua gioia, promise che l’avrebbe procurata, il Buddha aggiunse: “I semi di senape si debbono prendere da una casa dove nessuno abbia perduto né un figlio, né il marito, né un genitore, né un amico”.

La povera Kisa Gotami andò ora di casa in casa, e la gente aveva compassione di lei e diceva: “Ecco dei semi di senape: prendili!” Ma quando ella chiedeva: “E’ morto nella vostra famiglia un figlio o una figlia, un padre o una madre?”, essi le rispondevano: “Ahimè! I vivi sono pochi, ma i morti sono molti.  Non ricordarci il nostro più profondo dolore”.  E non v’era casa dove non fossero morte delle persone care. Kisa Gotami divenne stanca e desolata, sedette sul ciglio della strada, guardando le luci della città, che si accendevano tremolanti e si spegnevano di nuovo. Infine l’oscurità della notte regnò in ogni luogo. Ed ella considerò il destino degli uomini, e le loro vite che si accendono tremule e poi si spengono. E pensò tra sé: “Come sono egoista nel mio dolore! La morte è comune a tutti; pure in questa valle di desolazione, c’è un sentiero che conduce all’immortalità colui che ha abbandonato ogni egoismo!”.

Scacciando via l’egoismo dal suo affetto per il proprio bambino, Kisa Gotami fece seppellire  il cadavere nella foresta. Tornando al Buddha, ella si rifugiò in lui e trovò conforto nel Dharma, che è un balsamo per placare tutte le pene dei nostri cuori tormentati.

(Pensieri e massime del Buddha,

Mondadori, Milano, 1967)

In questa storia, che ho letto la prima volta quando facevo le elementari, oggi mi colpisce soprattutto l’atteggiamento della gente attorno a Kisa Gotami. Una manciata di semi di sesamo non costa nulla, è un piccolo obolo pagato alla speranza. Così come le parole di consolazione, che offriamo quando qualcuno vicino a noi soffre, sono al tempo stesso facili (perché abusate) e difficili (perché tutti noi crediamo che servano a poco, in fondo). Ma quello che in realtà serve, ed è sottinteso in quell’inutile dono, è la compassione, ovvero la capacità di mettere in comune i nostri dolori. Nella città che Kisa Gotami contempla alla fine del suo inutile pellegrinaggio, le luci tremule si accendono e si spengono, come non fossero mai esistite. Ma è una città, appunto, un luogo di relazioni,  in cui la gente vive, lavora, gioisce, sta male, si ama, si odia … e poi scompare. Eppure qualcosa resta sempre, nella traccia che i nostri gesti lasciano in quelli con i quali siamo entrati in contatto, nella parola detta per caso e che pure ha suscitato un sentimento, un pensiero, un’azione: e così via, di gesto in gesto, di parola in parola, in una catena che ci lega e che alla fine ci fa sentire meno soli e per questo reciprocamente responsabili. Il Buddha, qui, non insegna nulla, lascia solo che i fatti – l’irrimediabilità della morte che tutti ci riguarda e la povera pietà di chi vorrebbe, se potesse, aiutare la disgraziata ragazza e il suo bambino – parlino da soli.

Fra tutti gli autori latini, amo particolarmente Orazio. Orazio era un uomo al tempo stesso ironico e malinconico, probabilmente un po’ depresso,  e la sua poesia ci parla spesso del tempo che passa e della morte che ci insidia. Il famoso “carpe diem”, cogli l’attimo, in realtà, indica non il desiderio di godere dell’attimo presente in un modo qualsiasi, ma proprio la paradossale incapacità di credere che questo godimento sia sul serio possibile. Dum loquimur, fugerit invida aetas … mentre parliamo (ora, qui, in questo preciso momento), sarà fuggito il tempo invidioso (in un futuro che è già passato, qualcosa che mentre lo attendiamo, e poi lo viviamo, è già alle nostre spalle). La soluzione di Orazio, che non credeva nell’aldilà, è solo parziale. Altrove scrive: “Non omnis moriar”, non morirò del tutto, grazie alle parole, alla poesia che ho lasciato. E se siamo ancora qui a discuterne, possiamo dire che in fondo aveva ragione. Se poi questa smania di gloria lo abbia davvero rassicurato, è un altro discorso.

Ma nessuno di noi è un grande poeta, o un filosofo illustre, o uno scienziato insigne. Nessuno di noi, apparentemente, lascerà il segno. Scenderemo nel gorgo muti.

Ne siamo proprio sicuri? O magari qualcosa resta sempre, qualcosa che non avevamo previsto, o immaginato, qualcosa che forse non sapremo mai. Una traccia di noi, come una moneta che passa di mano in mano.  La frase scherzosa, l’attenzione paziente, quella parola detta e ascoltata al momento giusto (anche se non potevamo prevedere che il momento giusto sarebbe stato quello e non un altro), persino il sorriso di cortesia verso lo sconosciuto incrociato per strada: insomma, tutto ciò che rende, anche se per pochissimo, il mondo un luogo più gentile …  e, all’estremo opposto, il gesto di stizza o di disprezzo, la considerazione cattiva, il giudizio meschino, la trascuratezza negligente, la ferita inferta con indifferenza, ovvero le cose delle quali subito ci dimentichiamo, ma che qualcun altro, forse, ricorderà troppo a lungo.

In un’intervista a Massimo Gramellini (non ho letto il suo best seller e non credo che lo leggerò, ma non importa) ho trovato un passaggio che mi ha fatto pensare.

Normalmente lui [mio padre] non si lasciava andare in smancerie e mi scriveva solo per dirmi che dovevo fare la spesa o andare a pagare una bolletta o fare i compiti. Un giorno, però, sotto l’elenco di compiti da eseguire, scritti a macchina, aggiunse a penna: “Un abbraccio, papà”. Da quelle tre parole non mi sono più staccato.

L’aneddoto mi ha colpito perché anch’io, spesso, quando vado a Pisa, lascio dei brevi messaggi a mio figlio sulle cose da fare in mia assenza, e finisco sempre con un “ti voglio bene, mamma”, magari nella versione sms, tvttb. E’ una cosa piccola, che aggiungo senza pensare (e così immagino sia stato per il padre di Gramellini). Ma forse così piccola non è, chissà.

Ecco, sto parlando di tutti quei fili minuscoli che ci tengono uniti gli uni agli altri, in primo luogo con quanti conosciamo e ci conoscono, e poi, tramite loro, di passaggio in passaggio, con chi  per noi è lontano, addirittura ignoto, nella rete che tutti ci accoglie, e che si chiama umanità, attraverso il tempo, dal passato a oggi, fino al futuro che non vedremo mai. Non siamo soli. E per tornare alle domande iniziali, le “chiacchiere morte di donne e uomini morti” magari non sono morte davvero, se ci hanno portato qui, amici, io a raccontarvi un pezzetto di me, e voi a leggere, se avete avuto pazienza.

 

 

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