Bacheca aperta, porta aperta

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aprire la bacheca, far scoppiare la bollaLa mia bacheca Facebook, il mio profilo Instagram, il mio account Twitter restano ostinatamente aperti: e con questo post spiego perché. 

Da molti anni, ormai, mantengo aperta la mia bacheca di facebook (mi riferisco a facebook, perché altrove, anche se esiste, la mia presenza è molto più appannata), in modo che quanto scrivo e condivido sia visibile al mondo tutto e non solo ai miei contatti. Va detto che il numero dei miei «amici» su facebook è abbastanza alto: al momento 3250 più 121 followers che hanno la possibilità di leggere i miei post pubblici, ovvero tutti. Siamo ben lontani dal cosiddetto «numero di Dunbar», ovvero il numero massimo delle relazioni sociali stabili che un essere umano è in grado di sostenere (ne parlavo in un altro post, un po’ di tempo fa): quindi mi rendo conto che le cifre sopra sbandierate sono sicuramente più virtuali che reali, se mi si consente di usare questa parola notoriamente fuorviante.

Ovviamente, solo pochi dei miei numerosi contatti leggono per intero i post che prima pubblico su Contaminazioni e poi condivido sul social network. Prima di tutto sono vittima (sic!) del famigerato algoritmo: non escludo che le mie condivisioni per molti restino semplicemente invisibili. In secondo luogo, ho l’impressione che alcuni si fermino al titolo o al testo di accompagnamento del link. Infine è evidente che i miei contenuti possono non essere interessanti per tutti o per alcuni. Sono un po’ noiosa, lo so. Però ci sono  sempre quelli che leggono fino in fondo e per loro mi ostino a scrivere.

Ma pochi o tanti che siano quelli che cercano ospitalità nella mia casa online, la porta resta aperta. Difficilmente sui social cancello o blocco qualcuno: di certo non lo faccio per ripulirmi la bacheca e renderla del tutto affine ai miei gusti e alle mie idiosincrasie.

Credo che la bolla (quella che Eli Pariser ci ha insegnato a temere) vada fatta scoppiare in qualche modo. Se ci accontentiamo di restare chiusi nel ristretto orizzonte delle nostre certezze, in un mondo angusto dove tutti la pensano come noi, qual è il vantaggio cognitivo di praticare la vita online? Certo, nella realtà, i miei amici in carne e ossa sono pochi e non do confidenza a chiunque: è nell’ordine delle cose. Ma giudico la Rete un potenziamento delle mie possibilità di interazione, non una mera replica delle mie antipatie e simpatie: altrimenti a che mi serve?

Contaminazioni è iniziato nel 2003. La vita da blogger mi ha permesso di mettere costantemente in discussione miei punti di vista, parziali se non addirittura erronei, che per anni avevo ritenuto indubitabili. Ma oggi le trappole della polarizzazione, della chiusura, della violenza verbale sono diventate assai più pericolose. La manipolazione è sempre in agguato, soprattutto in considerazione del fatto che la maggior parte degli utenti di Internet, indipendentemente dal titolo di studio.  non ha gli strumenti per difendersene: quelli più avanti con l’età perché nessuno li ha allenati a fronteggiare meccanismi  la cui logica è abbastanza diversa da quella a cui erano stati abituati; i più giovani perché la capacità tecnica di “smanettamento”, soprattutto via cellulare, non coincide affatto con la competenza e la consapevolezza comunicative imposte dalla potenza degli strumenti tecnologici attuali.

Che cosa può rimediare, almeno in parte, all’incapacità di parlarsi davvero e di ascoltarsi reciprocamente, un’incapacità che tende a trasformare i dibattiti in Rete in un cozzo di monologhi autoreferenziali, esternazioni autistiche di gente che crede di discutere ma che in realtà gioca al gioco perenne della sopraffazione verbale?

Non lo so con esattezza. Nei miei momenti di ottimismo, immagino che l’educazione e la gentilezza (unite ad una bella dose di curiosità) potrebbero molto. Sembrerebbero strumenti facili da usare, mentre l’ironia e il sarcasmo, che troppi si illudono di saper maneggiare, sono ben più complicati da dominare: di solito sfuggono di mano e invece di essere acute manifestazioni di intelligenza, finiscono per trasformarsi in dimostrazioni di arroganza e di frustrazione fini a se stesse.

Ci vuole pazienza, altra virtù poco praticata. Comunque le mie bacheche restano aperte. E in fondo ad ogni post, lo avrete visto, mi sforzo di condividere quei contenuti utili a rendere più respirabile l’aria che circonda le nostre interazioni. Chissà se serve.

Per approfondire:

Daniel Kahneman, Pensieri Lenti e Veloci, Mondadori, un libro che può fornire «preziosi suggerimenti per contrastare i meccanismi mentali veloci, che ci portano a sbagliare, e sollecitare quelli più lenti, che ci aiutano a ragionare» (dalla quarta di copertina).

Mafe De Baggis. Uscire dalla propria “bolla” si può (ma non si deve): un garbato vademecum che ci suggerisce alcuni modi per attenuare gli effetti negativi della “bolla”, ma anche per apprezzarne gli aspetti positivi.

 

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